· 1.La strada fino a Ciudad Juárez

· 2.Il ponte

· 3. NASA, il mito contemporaneo

· 4.On the riverside e Sesta strada

· 5.Il Messico dell'Anadela bendata

Ai due lati del confine

di Luca Conti (1993)





1. La strada fino a Ciudad Juárez

Sull'altopiano l'autobus sfreccia su un rettilineo vuoto verso Città del Messico. Attraversiamo i binari del treno. Qui, come in quasi tutto il Nordamerica, non ci sono passaggi a livello. Ma i binari oltre che pericolosissimi sono anche una fonte di lavoro: un uomo dal viso scavato, con un largo cappello di paglia, allunga i suoi pistacchi al limone alzandosi dai due copertoni di camion. Piú in là una serie di case a schiera ordinatissime e numerate, si staglia al centro del nulla. Poi è solo altopiano allo stato puro, con la corona delle montagne lontane, in cui chilometri e chilometri di campi o terreni abbandonati vengono interrotti soltanto da una cappella dal vivace tetto azzurro o da un cavallo morto. Le distese di mais s'interrompono solo grazie a un benzinaio aperto 24 ore con nessuno e niente intorno o da una cisterna di "Solidaridad". Sull'autobus due bambine ripetono per una buona mezz'ora "Do you like?", biascicando altre parole d'inglese, compreso un paio di spelling corali dell'intero alfabeto e un elenco di numeri che s'interrompe a diciotto. Anche la loro madre ha istinti catalogatori. Legge infatti una specie di vocabolario chiesastico, adornato di madonne quasi a ogni pagina. Le letture su questi autobus di prima classe sono abbastanza sobrie. Di solito non si trova gente intenta a leggere quelle riviste di genere rojo, dove orribili delitti, veri o inventati a base di pomodoro, documentati fotograficamente, con gente sgozzata, mitragliata, squartata, decapitata, si alternano a resoconti di storie inverosimili. O alle riviste del genere "insolito" e fantastico, dove la donna di duecentoquaranta chili posa accanto al nano di trenta appena sposato; o l'uomo-donna che ha cambiato sesso tre volte e che ha fatto molti figli, in vari modi, oppure il fantasma del cane che ha telefonato alla famiglia a cui è rimasto fedele anche dopo morto, per avvertirla di un incendio nella casa di cui nessuno s'era accorto, e altro ancora. Per il resto si vedono pochi quotidiani e moltissimi giornali a fumetti di formato ridotto, con storie rancheras, come quelle del vecchio cinema messicano. "Pollos vivos y limpios", sta scritto su un cartello. "Na na na ... te quiero" suona la cassetta dell'autista. Negli interminabili rettilinei una luce rossa, che segnala il superamento della velocità massima consentita, ogni tanto s'accende dietro alla borsa dell'autista che l'ha un po' dissimulata, sempre senza alcuna reazione nei passeggeri, che non vedono l'ora di arrivare.
L'autobus continua a correre verso Città del Messico. Il taglio netto dell'autostrada a tre corsie divide i rilievi montuosi. Scendendo si scorge l'enorme conca, lontana e giacente nella foschia e nello smog piú cupi. Per via dei mutevoli riflessi del vetro e del ferro urbano, la città, nel suo colore argentato, appare viva anche da lontano, abitata da repentini bagliori. "No tome vino en el camino" dicono i proverbi stradali scritti sui muri in prossimità dei caselli autostradali, assieme all'inevitabile auto fracassata piena di bottiglie, cruento monito alla guida in stato di ebbrezza, piú efficace dei manifesti di Eros Ramazzotti, qui una celebrità, che dice "andate piano". Una fila di carri attrezzi sosta presso il casello. Un soldatino smilzo monta la guardia su una terrazza, un altro piú là osserva le auto e gli autobus ripartire dopo aver pagato il pedaggio. Poi subentra la pace di un paesaggio collinoso, abitato soltanto da pini e altri sempreverdi.
La cupola grigia che grava su Città del Messico adesso è il nostro tetto. I colori irrompono di tanto in tanto, come un eccezione, nelle sconfinate e amorfe periferie segate dall'autostrada. Le case di cemento lasciano spazio soltanto a spiazzi sterrati pieni di pozzanghere, a volte a qualche campo da pallone.
Arrivo in città subito dopo la vittoria, a calcio, del Messico sugli Stati Uniti. Dalle automobili sporgono bandiere tricolori e il suono prolungato dei clacson riempie le strade. E' una bella soddisfazione aver battuto i gringos, anche se la loro squadra non è un portento. Sull'autobus la luce rossa, si accende ancora tra la noncuranza generale. Qualcuno attraversa l'autostrada di corsa. Il nastro d'asfalto continua a portarci ancora piú dentro la città, senza che se ne veda la fine. Le case basse di cemento hanno tutte un'antenna televisiva, spesso anche parabolica, per elargire qualche sogno facile, che qualcuno come sempre vorrà trasformare in realtà, emigrando di nascosto negli Stati Uniti oppure organizzando una rapina. Solo qualche scritta sui muri ravviva il grigiore uniforme con il suo grido di protesta. Un mercato con le tende cerate arancioni e fucsia spezza d'improvviso la monotonia. Ponti di ferro dipinti di giallo cominciano a scandire l'entrata alla città. In lontananza le nude montagne che cingono la valle del Messico, che ormai è quasi totalmente ricoperta dalla megalopoli asfissiante. Pile di bidoni, pubblicità del Bacardí, odori di fogna e distese piatte di edifici con qualche albero sparuto e tra le nuvole il Popocatépetl innevato. Le antenne sui tetti si dànno il cambio con le intelaiature di cemento armato pronte a salire un piano ancora, prima o poi.
Duemila chilometri da Roma ti possono portare ovunque. Tutto sommato qui in duemila chilometri il mondo non sembra aver voglia di cambiare molto. Andando verso Nord, dopo l'altopiano, vi è una zona montagnosa, e poi sono solo distese di pianure senza tempo e di deserti stepposi, con molte industrie giapponesi e statunitensi. Almeno sino alla frontiera con gli Stati Uniti. Lí, e negli immediati dintorni, il mondo cambia enormemente con due parole: clandestinità e illegalità.
Si può entrare ngli Stati Uniti da Tijuana, ed è forse la maniera peggiore, perché Tijuana è la città peggiore del Messico, oppure da Nogales, Ciudad Juárez, Nuevo Laredo, Matamoros. In tutte le città di confine si repira aria viziata, che non sa quasi per niente di Messico e nemmeno di Stati Uniti: una miscela esplosiva.
Il Zócalo di Città del Messico è affollato delle tende multicolori degli operai petroliferi che protestano per i licenziamenti e le pensioni tagliate. Il giornale riporta una notizia: nella notte del 29 luglio moriva l'ex-operaio petrolifero Rafael Orosio López, 58 anni, per arresto cardiaco, da un mese accampato per protesta nel Zócalo con i suoi compagni.
30 luglio 1993. La fermata della metropolitana "Guerrero" è la piú vicina alla stazione ferroviaria Buenavista. Prima di andarci acquisto un pollo arrosto, una tanica d'acqua, un avocado, un bel pezzo di formaggio, qualche dolcetto. Lo scopo sarebbe quello di arrivare negli Stati Uniti in treno, affrontando un viaggio di trentotto ore fino a Ciudad Juárez. Chiedo il biglietto, dopo essermi ripromesso di non lamentarmi o pentirmi successivamente, che questa è una cosa da fare una volta nella vita e basta, poi tutto aereo sennò meglio starsene a casa, etc. Il bigliettaio -abbondanti bracciali, collane e anelli d'oro- mi dice che per Juárez è tutto pieno. Si allontana un attimo e sbircio nelle prenotazioni dei giorni successivi. La situazione è piú o meno la stessa. Solo tra due-tre giorni vi sarà qualche posto libero. I numerosi emigrati che lavorano negli USA scelgono spesso il treno, che è il mezzo piú economico e piú terribile. Provo a chiedere per altre destinazioni verso nord, per esempio Guadalajara, ma anche lí è tutto pieno. Il bigliettaio mi consiglia di andare a prendere il bus al Terminal del Norte. Una nevralgia e lo stomaco in disordine mi spingono a seguire malvolentieri il suo consiglio.
Prendo quasi a casaccio un autobus della "Chihuahuenses": aria condizionata, video, film e sedili comodi. Ad un certo punto si libera pure il posto accanto, unico caso sull'autobus, ed è una vera benedizione.
Dopo qualche ora, dopo le periferie di Città del Messico, dopo le propaggini infinite della megalopoli, navighiamo nel buio piú totale. Solo di lontanissimo alcune luci si profilano sulla linea dell'orizzonte, come la costa avvistata dalla nave in una notte senza luna. Si intravvedono delle croci sul lato della strada. Le strade in Messico sono cosparse di croci: di ferro battutto, di pietra, di cemento, talvolta anche con delle piccole casette, tipo cappella in miniatura. Queste casette sono riempite di fiori a novembre, per la festa dei morti.
Un camion pieno di luminarie erompe nel buio piú totale. E' sembrato un'intera città. Qui però di città vere neanche l'ombra. Per il resto è tutta strada dritta. Sulla Carrettera l'autobus sembra un aereo.
Il paesaggio è ravvivato soltanto da qualche cactus. Ieri sera, poco prima della partenza, sono saliti a bordo alcuni agenti della migra (la polizia di Migración) ed hanno controllato i documenti a un ragazzo. Poi siamo partiti, ma ci siamo fermati quasi subito da un meccanico alla periferia di Città del Messico, per un'ora circa, probabilmente per un problema al motore. Dormivo abbastanza profondamente. Ripreso il viaggio, a notte fonda, vengo svegliato da diverse esplosioni. E' la prima proiezione in programma, Rambo 3, film che fino ad allora ero riuscito ad evitare abilmente anche in televisione e che adesso me lo ritrovo davanti: alla fine sono costretto a vedermelo, visto che non posso dormire. E' il primo di una lunga serie di film che ci verranno propinati fino all'arrivo. E' un film d'azione, con doti spiccate di buffonata, come ogni vero film d'azione, un cartone animato fatto da uomini, a base di esplosioni e mitragliate: welcome America. Poi il sonno e l'alba su un Messico piattissimo, dove molti camion sfrecciano nelle due direzioni. Al mattino ci fermiamo perché l'autista deve prendere altre videocassette dal bagagliaio. Spero che si tratti di qualcosa di meglio. Ho l'impressione di compiere un viaggio di seconda scelta, anche per colpa di Rambo. Il secondo film funge da sveglia per l'intero autobus. E' del genere fantascienza-postatomico-low budget, girato con vecchie automobili e motociclette ricoperte di plastica, carta stagnola e altre masserizie industriali, come se questo bastasse a darti l'idea del 2300 d. C. E' ambientato tra le rovine di Atlanta, dove si fronteggiano diverse fazioni. Il filmetto d'azione blocca per un'ora e mezza qualsiasi tentativo d'immaginazione, tra bande di individui lerci che sparano e frugano tra i rifiuti: nemmeno troppo futurista. Intanto, poco dopo il bivio per Durango, la Sierra ci viene incontro. Il paesaggio piatto s'impenna nei ripidi profili delle montagne. Finalmente, perché fino ad ora non c'è stato molto da vedere fuori dal finestrino.
Qualcuno anche stanotte cercherà di espatriare. I guatemaltechi vorranno entrare in Messico, i messicani negli Stati Uniti. Durante la guerra in Vietnam persino gli statunitensi cercavano di scappare al nord, in Canada. Qualcuno forse morirà nei fiumi di confine. Ogni anno arrivano negli Stati Uniti circa un milione di immigrati clandestini, da ogni parte del mondo o quasi. Molti di loro arrivano dal Messico, magari proveniendo dal Centroamerica. Un Pedro Rodríguez che faceva il gommista e si è stufato o chi dopo un ciclone si è trovato in mano quattro pezzi di legno e ha deciso di andarsene. O chi è ambizioso e non si accontenta, come dicono in paese, o chi ha figli, mogli, madri e padri da sfamare.
E' lunga la strada che porta a Nord e quasi sempre vuota, quasi deserta per lunghi tratti. A una cinquantina di chilometri dopo Gómez Palacio sostiamo per un po', sgranchendoci le gambe e bevendo una bibita. Ho finito quasi le scorte di cibo. L'acqua, bevuta in abbondanza, favorisce una buona condizione fisica. Il cibo che ho comprato ieri sera basterà fino all'arrivo. Qualche chilometro piú avanti, sulla strada perfettamente rettilinea, con qualche dosso, si vede un tendone bianco e un automobile da corsa senza targa. Ci fermiamo. Vengono verso l'autobus tre poliziotti in borghese. Hanno giacche con la scritta "Narcoticos" e pistole gigantesche e lucidissime bene in evidenza. Uno ha anche un fazzolettone rosso al collo, onda cow boy.
Controllano il carico nel bagagliaio e le borse a bordo. Osservo meglio la strada. E' rettilinea, al contrario del flusso dei pensieri che dopo alcune ore di viaggio sembrano agitati da una lavatrice. Né i film proposti dall'autista contribuiscono a rendere la mente simile al paesaggio. Salutati i poliziotti è l'ora di un altro film, Memphis Bell, in cui praticamente si dice che gli Americani, nel bombardare Dresda durante la II Guerra Mondiale, hanno distrutto soltanto le fabbriche d'armi, correndo per questo loro scrupolo dei gravi pericoli. Davvero un po' esagerato, nonostante il servizio reso.
La strada sembra essere sempre piú lunga e sempre piú dritta. Il deserto di bassi cespugli le corre intorno senza variazioni. La radio comincia a mandare qualche pezzo in inglese, tra i tanti di musica ranchera. Il paesaggio ad un certo punto cambia bruscamente. Appaiono campi coltivati, alberi, case, un esteso cimitero e verde, tanto verde. Nel terminal degli autobus vi sono anche fermate della statunitense "Greyhound". "E vi intratteniamo questo sabadito con il regiomontano José F..." dice la radio su un giro armonico pressoché uguale a quello di Knock on the Heaven's door -non che sia una cosa elaboratissima nemmeno l'originale- il regiomontano canta: "No hay problema si la casa se te alaga" mentre il coro ripete fedelmente e svariate volte tanta saggezza popolare. Siamo quasi a Chihuahua.
Anche il cielo subisce qualche cambiamento. le nubi divengono meno piatte, piú stratificate, si gonfiano sui declivi uniformi creando vaste zone di ombra. Montagne verdi e rocciose irrompono nel finestrino. Poi, in lontananza, a romprere il nitore dell'orizzonte ci pensano i fumi di Chihuahua e un treno merci lungo chilometri con ben tre locomotori. Ci fermiamo e ripartiamo ancora una volta. Nei dieci minuti di sosta si va al bagno, si compra da mangiare e da bere, noccioline, una rivista popolare, giornaletti, si telefona. La zona di Chihuahua è una delle piú industrializzate del Messico. In tutti gli stati del Nord - Sonora, Chihuahua, Coahuila, Nuevo Leon e Tamaulipas- sorgono numerose e modernissime industrie di multinazionali straniere. Per molti versi, in effetti, sembra già di trovarsi negli Stati Uniti: automobili migliori e piú nuove, strade pulite, gente meglio vestita. Anche se va ricordato che è il costo bassissimo della manodopera non specializzata, circa due dollari al giorno, che ha attirato gli investimenti stranieri. E' comunque impellente la necessità dei messicani di creare nuovi posti di lavoro a una manodopera giovane e sempre piú specializzata, che in una generazione è saltata a pie' pari dal lavoro agricolo al computer.
Poi, usciti dalla città, si riprende il tragitto. Bisogna attendere la laguna Encinillas, sul lato destro della strada, irrorata del colore lilla del tramonto, per segnalare qualche variante. La luna quasi piena splende nitidamente in un cielo sfumato sulla piana incoronata da lontane montagne. Un cartello ricorda: "El Berrendo está en peligro de estinción. Cuidalo". Si tratta di un animale tipo cervo, da quanto si capisce dal disegno sul cartello. Le nubi volano basse e bianche. Il paesaggio è appena poco collinoso.
Una porta e alcune tende separano la cabina di guida dai passeggeri. Per tutto il viaggio la porta tiene lontane le numerose parolacce e i commenti indelicati degli autisti e dei loro due amici in piedi, sulle rare passanti di sesso femminile, ricordi di vecchi viaggi, etc. Essendo seduto sul primo sedile, avendo sviluppato l'udito e non avendo nient'altro da fare, capto puntualmente i commenti. Ascoltando una celebre rockstar messicana alla radio dicono: "Ah, questa è la perra", e cose del genere. La porta, cosa molto piú importante, tiene anche lontana la molta musica locale per la quale, almeno il sottoscritto, ha un tempo limite di sopportazione molto breve. Sporgendomi a spiare dal finestrino, perché la noia rende impiccioni, noto che l'autista guida con una mano e tiene il piede sinistro sollevato sul cruscotto, all'altezza del volante, completamente rilassato ma attento alla strada, sembra. Eppure la posa informale finisce per darmi sicurezza. Appare sicuramente piú serio questo dei due autisti messicani che in un altro viaggio si dettero il cambio alla guida con l'autobus in movimento, rallentando a lato della strada ma senza fermarsi. Su una strada di montagna!
La notte scende lentamente su un paesaggio immutabile, segnato soltanto da palizzate, tralicci e fli elettrici. La strada è sempre inevitabilmente dritta. Solo raramente s'incrociano altri veicoli, generalmente camion. Ora che il crepuscolo avvolge le montagne e la pianura, si vedono i lampi della notte, mentre la luna diventa ancora piú grande. Attraversiamo un paesino, dove soltanto una ragazza cammina tranquillamente: inutile dire che viene osservata a lungo dagli autisti. Il paesaggio acquista una sua grazia, che nella calura del giorrno non aveva.
Ci fermiamo in un posto chiamato "Los arbolitos". Nel caldo umido e nell'aria immobile, c'è un nuero incredibile di personaggi sospetti, in attesa guardinga, non si sa di cosa. Tanto per rendere la sensazione del luogo, qui sembrano essere esercitate tutte le attività illecite possibili nei pressi di una frontiera con gli Stati Uniti. Il silenzio è totale, rotto solo dal ronzio dell'alta tensione su un traliccio vicino e l'immancabile, lontano sottofondo di musica ranchera.
Riprendiamo la strada e alle 22.30 finisce il quinto film, una storiaccia violentissima che sono costretto a guardare con gli occhiali da sole, perché la vicinanza del video mi ha fatto venire il mal di testa e il volume altissimo rende impossibile il sonno. Il paesaggio è brullo e quasi completamente sabbioso. La luna è coperta da una fitta nuvolaglia. Dopo ore di strada la prima novità di rilievo nella tenebra totale: luci fortissime sulla strada. Si tratta del blocco della "Seguridad", che ci ferma per un controllo sommario dei visi dei passeggeri. Alle 22.58, nel buio piú totale, si intravvede una spelonca di luce; poi un serpente illuminato ci passa a fianco: è il treno per Città del Messico. Il lontano baluginío cessa per i giochi delle montuosità, poi riaffiora dalla tenebra totale di questo deserto: Ciudad Juárez.
Le zone industriali messicane addossate alla frontiera statunitense, le cosiddette maquiladoras, godono di leggi speciali. Nacquero negli anni '80 allo scopo di impiegare grandi quantità di manodopera in eccedenza e allo stesso tempo per attrarre, grazie a condizioni molto vantaggiose, le grandi multinazionali. Le imprese statunitensi potevano acquistare lavoro a prezzi stracciati e senza regolamentazione alcuna. L'entrata del Messico nel Gatt, la nascita del Nafta, lo sforzo tecnologico nazionale renderanno questa zona una delle piú importanti del pianeta dal punto di vista tecnologico.
Quanti invece stanotte tenteranno di emigrare illegalmente? Poi altri lampi di un temporale e le torri metalliche, alte e lontane, del Texas. La luminosità dell'orizzonte cresce. Alla fine giungiamo in vista di una grande vallata di luci. Su un cartello Ciudad Juáez si autoconferisce il titolo di "mejor frontera de México" e c'è da dire che la concorrenza non è molto agguerrita. Nessuna delle coppie di cità di frontiera è molto tranquilla, specialmente dalla parte messicana: Tijuana-San Diego, Nogales-Nogales, Ciudad Juárez-El Paso, Nuevo Laredo-Laredo, Matamoros-Brownsville. Può essere vero che Juárez sia la migliore città frontaliera, ma non essendo questo un valore assoluto, ci si può aspettare ogni sorpresa in questa città che per grandezza è la quarta del Messico. Incontriamo il primo semaforo dopo centinaia di chilometri. Si procede verso le luci, scendendo.
Alle 23.30, dopo 27 ore di strada, si arriva al capolinea. Ma la città è ancora un po' lontana. Prendo un autobus diretto in centro; ha i posti a sedere con le spalle rivolte alle pareti, tipo un grande salotto semovente. Al centro del salotto casca un tipo ubriaco fradicio. L'autista lo rialza cercando di svegliarlo, quello ricade. I passeggeri guardano in modo neutro. Allora l'autista lo scarica di peso dicendogli che è arrivato, in mezzo all'indifferenza generale. Cerco di assumere un'aria naturale, la meno turistica possibile.
L'autobus si ferma in un posto completamente abbandonato. Ma, dice l'autista, il centro è vicino e ci si arriva a piedi. Oggi è sabato, il giorno piú caldo della settimana da queste parti. Baldoria, birra, liquori, prostitute, etc. C'è grande concitazione in giro. Attraverso un mercato con numerosi banchi aperti, dove si preparano panini e tacos. Le ragazze che incontro sono vestite succintamente, tutte, come in nessuna parte del Paese mi è mai capitato di vedere; gli uomini hanno prevalentemente visi loschi. Ma proseguo diritto, sforzandomi di illudermi che in fondo potrei stare passeggiando per Montesacro e che la cosa non sarebbe troppo diversa. Arrivo fino al Zócalo e alla chiesa, davanti ai cancelli della quale giacciono, ubriache e/o addormentate, diverse persone. Proseguo. La quantità di gente in giro è davvero notevole. Il luogo nel complesso ha tutta l'aria di essere un posto poco edificante. Ragazze molto svestite e malamente ossigenate ammicano esplicitamente agli angoli delle strade, che sono affollatissimi. Alcune sono obese. Uomini con il cappello da cow boy barcollano, cercando l'entrata di un ulteriore bar. Sembra difficile reperire un albergo normale, ma s'incontrano moltissimi bar, discoteche e locali notturni. I pochi hotel che s'incontrano, hanno tutti, considerando i movimenti nelle "hall", l'aria del bordello e sono animatissimi. Abuco sull'Avenida Juárez, la strada principale della città. E' illuminata a giorno dai neon delle discoteche e dei ristoranti. Sulla strada, auto texane e messicane formano una lunga coda che procede lentamente: nessuno sembra aver fretta. Una fila di persone staziona davanti a una discoteca.
In fondo alla strada c'è una scritta e una salita ripidissima: è il ponte che porta negli Stati Uniti. Vi si accede pagando un pedaggio. Per strada ci sono molti gringos, ubriachi piú degli altri, alla faccia della legislazione del loro paese, specialmente quella rigorosa del Texas. Scoppia una rissa. Due tipi si prendono a pugni, sbattendosi contro una saracinesca, ma non sembra niente di serio: due buttafuori di una discoteca col manganello occhieggiano distrattamente la scena, come a dire "dilettanti!". Il posto sembra comunque sul punto di esplodere. Un paio di auto della polizia sfrecciano a sirene spiegate sull'Avenida. Da quel momento nell'aria c'è sempre il suono di qualche sirena.
Davanti all'entrata della discoteca si affollano numerosi giovani gringos. Dev'essere divertente per loro varcare la frontiera il sabato sera e venire a spendere dollari e a fare casino da questa parte, visto che in Texas fino a 21 anni è proibito comprare alcolici e vigono leggi severe per tutto. Dalla folla che si assiepa dinanzi alle entrate, sembra che questi luoghi siano molto ambíti. In uno di essi si suona musica messicana, in una versione piú elettronica del solito, ossia con batteria, basso e tastiera elettronici. In un altro locale, che si estende su un'ampia terrazza al primo piano, suona un gruppo di heavy metal, che, non per dire, ma cosí, ad orecchio, sembra arrivato stasera stessa da Malebolge.
Mentre la chitarra lí impazzisce in un assolo, sul marciapiede gremito donne obese dall'età non verificabile continuano a stimolare gli appetiti senza pretese di un paio di messicani. Alcune ammiccano camminando sul marciapiede, altre sbirciano dai vetri, sedute al tavolo di una sedicente pizzeria. Vi è una sensazione di pesante inquietudine che grava su questa città, di attitudini che nel resto del Paese non è dato di riscontrare, ma che forse sono condivisi da altre città di frontiera. Tornando indietro sulla Juárez, vedo un gruppetto di tre ragazze vestite normalmente: si tratta dell'unica eccezione. Almeno il mal di testa che mi ha perseguitato per due giorni è passato.
Alle 00.25 del 1/8/1993 entro nell'Hotel Moran, dove pernotto per 50 nuevos pesos. Domattina andrò in Texas a piedi. Non passerò la frontiera stanotte per vari motivi, tra cui quello di evitare intoppi alla dogana, pagare di piú l'albergo. Ma anche per vedere questa città the day after e per guardare alla luce del giorno una delle frontiere piú difficili del mondo.


2. Il ponte



Nel Diario de Juárez del 1° agosto 1993 si legge: "Nada detiene a mojados en el Bravo". I mojados o espaldas mojadas sono coloro che attraversano il Rio Bravo illegalmente. "Hay muchas maneras de pasar y aunque nos pongan un muro de concreto y migras por todas partes de todos modos no les pelamos, te lo aseguro", dice Roberto Mendoza, di professione pasamojados da 18 anni: "ce ne freghiamo, passeremo lo stesso", è la filosofia di chi fa passere illegali dall'altra parte.
"Lo sforzo di vigilanza al margine del Rio Bravo non impedirà che centinaia di persone ogni giorno varchino il confine con gli USA per lavorare". Sullo stesso giornale è riportata la notizia che alla dogana di El Paso i turisti che attraversavano l'Avenida Juárez sono stati controllati con cani antidroga. "La notizia ha procurato fastidio tra i turisti e la gente che andava a fare spese negli USA". Si parla anche di manifestazioni di lavoratori messicani sul Puente Libre.
Dopo aver pagato il pedaggio al tornello del ponte, ci si lascia alle spalle un gruppo di persone in guardinga attesa sul marciapiede con una borsa di ridotte dimensioni e lo sguardo in continuo movimento. La salita è molto ripida. Sopra il ponte le bandiere messicana e statunitense sventolano dai rispettivi lati del confine: intersecare questa linea è il desiderio proibito e la dura necessità di molti. Sotto al ponte, tra i muri pieni di filo spinato, corrono due diversi corsi d'acqua. Sulle sponde scritte di protesta: "Ya basta por cada ilegal que nos maltratan en los EEUU vamos a maltratar un visitante gabacho. (...) Regresanos Texas, Nuevo Mexico, Arizona y California". Storia spicciola: esplorato dalla prima metà del XVI secolo e colonizzato a partire del XVII dagli Spagnoli, il Tejas, dal 1821, sotto la guida di S.F.Austin si apriva a una vasta immigrazione nordamericana e introduceva la schiavitú: nel 1836 si proclama indipendente dal Messico e nel 1844 viene annesso. Poco dopo scoppia la guerra tra Messico e Stati Uniti, conclusa nel 1848 con il trattato di Guadalupe-Hidalgo, con il quale gli USA annettono tutti gli stati riportati nella scritta di protesta di poc'anzi.
Ottantuno sono i cadaveri di indocumentados trovati nel Rio Bravo nei primi sei mesi del 1993. E non sono morti di freddo. Il fiume non è niente rispetto ai recinti di filo spinato qui costruiti. Arrivo alla dogana statunitense e credo di poter passare tranquillamente, come tutta la gente che sta passando. Invece un poliziotto anziano e smilzo comincia a scrutare attentamente il mio passaporto, ripone la tazza-thermos del caffé e mi fa cenno di seguirlo. Mi porta in una cella, dove sopraggiunge un altro poliziotto corpulento. Quando ha sfogliato il passaporto ed è arrivato alla pagina dove sono stati apposti due timbri della "Republica de Cuba" il maccartista avrà avuto un sobbalzo. Per tre quarti d'ora mi scrutano e controllano minuziosamente dentro le scarpe, l'agendina telefonica, di cui mi chiedono "What is this?". Io dico, ma non hanno mai visto un'agendina telefonica? Anche la Commedia che porto quasi sempre con me, com baluardo italico, viene ispezionata accuratamente pagina per pagina. Il minuscolo bagaglio passa il vaglio, ma quello che loro devono considerare un personaggio "strano". Vogliono sapere quanti soldi ho appresso. In effetti ne ho pochi, ma ho la carta di credito, autentico feticcio, e d'altra parte dico loro che intendo fermarmi solamente una settimana. poi una doganiera mi rifà le stesse domande per vedere se mi contraddico, forse. Alla fine vengo ammesso negli Stati Uniti d'America, con visto per tre mesi.
A crearmi dei problemi sono stati visti come quello cubano e quello turco, l'assenza di un biglietto aereo che certificasse la mia provenienza, un bagaglio di quattro chili, il fatto di aver dichiarato di essere giornalista, il fatto di fermarmi in Texas solo una settimana, etc. Esco dalla dogana ed entro a Gringolandia ufficialmente. El Paso mi accoglie con una via larga e piena di negozi di vestiti e di messicani che passeggiano facendo acquisti. Se non fosse per il tipo di architettura, per i marciapiedi piú rifiniti, direi di trovarmi ancora dall'altra parte. Scritte in spagnolo, tutti parlano in spagnolo, i non messicani sono pochissimi.
Il terminal della "Greyhound" è sugelato dall'aria condizionata. ma almeno ci si può sedere. Fuori è un forno. Mentre scrivo qualche appunto, un ragazzo mi guarda con aria ironica e dice ad alta voce "Está enamorado". Faccio il biglietto, 106 dollaroni, per 791 miglia e 14 ore di viaggio, ma l'autobus partirà soltanto tra qualche ora. Vado a fare un giro. Scopro l'ostello della gioventú, davanti al quale stazionano tre giapponesi. Un tempo era un glorioso albergo, nel quale sostò anche il famoso rapinatore Dillinger, prima di essere arrestato. Vi è la sede di due vecchi giornali, El Paso Herald Post ed El Paso Times, un edificio stile western del 1829 affossato tra i palazzoni di vetro a specchio della City. E una prigione gigantesca di cemento senza finestre, terrificante. La verità è che non c'è niente da vedere in questa calura. Gironzolo per la città vuota e bollente. Torno al terminal degli autobus per vedere se posso prendere un autobus nel pomeriggio. La disorganizzazione del servizio è totale. Mi stupisce in un paese come gli USA l'impossibilità di prenotare un posto. Bisogna fare la fila: entrano quelli che entrano. Mi metto in fila, la fila meglio assortita del mondo. C'è un tipo vestito da papa.
C'è "Mescalina", con la giuntura delle braccia tempestata di buchi. Un nero va al bagno, lasciando il vecchio padre seduto: quando torna lo hanno saltato e l'autobus s'è riempito. Il nero si arrabbia con la signorina responsabile. Ha ragione lui, perché aveva detto che sarebbe andato in bagno. Il papa guarda la scena del litigio ieraticamente, nella sua tunica bianca con stola rossa e la bibbia con copertina di nichel. Poi c'è un tipo, un nero obeso con l'aria inebetita, con le chiappe e le mutande quasi fuori dai pantaloni, diretto a New Orleans; un altro, sicuramente pazzo ma tranquillo, coi pantaloni semidistrutti. Ma qui chiamano tutti con un asettico "Sir".
Passeggio per i giardinetti con il papa, un nero di nome Quentin che un giorno ha deciso di fare il predicatore indipendente. Viaggia ogni tanto in qualche parte degli Stati Uniti, oppure predica il pomeriggio nei giardini della città dove vive, Baton Rouge, Louisiana. Arriviamo in un punto dei giardini dove c'è un gruppo di invasate ispaniche che sta predicando a strilli, con in mano delle bibbie giganti. Quentin mi chiede cosa stiano dicendo. Gli traduco la predica. Allora anche lui attacca a predicare ad alta voce, ma piú calmo, in inglese. Guarda le donne e sorride loro. "Believe in God. Glory glory to Jesus Christ...". Dice quasi le stesse cose che dicono loro, ma quelle fanno finta di niente, anzi strillano ancora piú forte. Si scatena una competizione serrata tra il papa e le pazze. Non riesco a trattenere le risate e mi giro. Vedo due hobos, due autentici mammuth degli anni '70 che si stanno sbellicando dalle risate sdraiati in un'aiuola. Poi le ispaniche si mettono a cantare fortissimo, con quel piacevole timbro che hanno sempre i canti di chiesa in bocca alle megere. Roteano le bibbie come mazze da baseball. Quentin a un certo punto si ritiene soddisfatto e si allontana. Beviamo del succo d'arancia e torniamo al terminal. Ci sediamo e si avvicina "Mescalina". Si chiama Dennis. Dice che da quattro anni gira per gli Stati Uniti e che non si vuole fermare, che la sua casa è la strada; poi comincia a parlare di Los Angeles, dice che quella città è stata una scuola per lui. Ha visto sparatorie, aggressioni, prostitute sieropositive moribonde, gangs di bambini invadere zone nemiche e spararsi addosso. In questo pacifico contesto, Dennis ha dormito per strada molte volte. Dice che gli Stati Uniti sono stupendi. E' scappato di casa: "I forgive my parents because they forgive me", che Los Angeles è una "get away valley". Secondo lui la città, la strada lo hanno allevato, reso piú forte. Non sembra avere una buona relazione con i suoi, che comunque ha chiamato un paio d'anni prima, perché non riusciva a muoversi da New York, perché lí nessuno mai ti darà un passaggio in autostop. Ha chiesto a casa i soldi per il biglietto dell'autobus. Ora Dennis è diretto a Victoria, un piccolo centro tranquillo della Lousiana, dove però assicura che non si fermerà piú di tanto. Va lí per fare passeggiate in bicicletta. Ci dice che ha una moglie a Las Vegas, testimone di Geova. La cosa a lui crea molti problemi e comunque non riesce a capire come si possa vivere senza bere. Ma la moglie è lontana e lui ama le donne: infatti dà fastidio a quasi tutte quelle che si vedono in giro.
Sull'avambraccio Dennis ha tatuata la scritta "Stoney" e nel punto dove il braccio si piega ha un'unica grande cicatrice. Non sembrano buchi recenti. Comunque nel suo cervello ci sono ossessioni che si traducono in discorsi e brevi frasi ripetute fino all'esasperazione (nostra).
Saliamo a bordo dell'autobus speciale, che grazie al casino sollevato dal nero ci è stato messo a disposizione in anticipo sugli orari previsti. Siedo vicino a Quentin. L'autista mette in moto, fa manovra e prende il microfono. "A bordo non è consentito fumare, sigarette, sigari, mariujiana...". L'informalità congiunta all'efficenza e al rispetto perlomeno apparente dei diritti del singolo, sono la cosa che piú colpisce di questo paese. Ancora di piú, a soprendere è la mancanza assoluta di vittimismo nei suoi abitanti . "Manca qualche passeggero?". Uno risponde "Sí, io". "Ah, abbiamo qualuno spiritoso a bordo". Alle nostre spalle c'è il nero obeso diretto a New Orleans. Ha la barba incoltissima, da cui penzolano alcuni peli ammatassati. Sorride e guarda fuori.
Il paesaggio è piatto, quasi tutto cielo e colori del cielo. La luna piena splende nella sua totalità. "God forgive us", dice Quentin con gravità pensosa. "Faith no more", soggiunge amaramente poco dopo. Mi ricordo del nome di un gruppo musicale che si chiama "Faith no more", che peraltro non ho mai ascoltato, ma non glielo dico per non togliere solennità al suo intervento. Quentin legge la sua bibbia copertina di metallo, che tiene sempre in mano. A un certo punto mi legge e mi mostra il passo Isaia, 60, 20-21:
"Il tuo sole non tramonterà piú/>né la tua luna si dileguerà,/ perché il Signore sarà per te luce eterna;/ saranno finiti i giorni del tuo lutto./Il tuo popolo sarà tutto di giusti,/ per sempre avranno in possesso la terra, germogli delle piantagioni del Signore/ lavoro delle sue mani per mostrare la sua gloria".
Nonostante il suo fervore religioso, quello che mi colpisce di piú di Quentin, è che parla di Dennis, il quale lo ha preso decisamente in simpatia, come rappresentante dell'umanità e senza alcun giudizio.
La notte trascorre tranquilla sulla strada, sempre dritta, sempre piatta, al contrario delle storie degli uomini che vi abitano: la storia qui la fanno soltanto le persone, nel bene e nel male, in quello che ai miei occhi rimane uno Stato punitivo per eccellenza, soprattutto per l'uso piuttosto spregiudicato della pena di morte. Qui hanno la siringa di veleno facile. A una cert'ora l'autobus si ferma, per la pausa cena, inevitabilmente in un Mac Donald's.
A San Antonio arriviamo a notte fonda (2 agosto), nel caldo e nell'umidità piú totali. Il nero che ha litigato con la signorina della "Greyhound" racconta a Quentin, fuori del terminal, una breve sintesi della sua vita. "Quando ero in galera, mia moglie ha dovuto cambiare città per trovare lavoro...". Nei cessi qualcuno dei soliti masturbatori da luogo pubblico- alle cui fantasie sessuali chissà quale contributo avranno dato le mie flatulenze al fagiolo messicano- occupa i cessi piú del dovuto. Poi altra fila e ripartiamo con un altro autobus.
Torna il sole. Ai deserti stepposi si sostituiscono fertili pianure alberate. Alcuni tratti del paesaggio sono addirittura emozionanti: quando il fiume attraversa il fiume Colorado, sopra un ponte di ferro, si avrebbe voglia di scendere e fermarsi all'ombra di qualche albero, nel clima caldo e umido. Il Texas è bellissimo.
Vision delightful alone on the hills whom the silences cover closer yet lean to mortality; human, stoop to thy lover
scrive Sri Aurobindo nei Collected Poems and Plays, 2 voll., (Pondicherry), Hyderabad, Deccan, India, 1942. Sono versi che ho appuntato qualche giorno prima, durante una serie di forsennate sedute in biblioteca. E' un clima indiano quello del Texas.
Ci fermiamo a un bar, in un villaggio, un bar convenzionato con la "Greyhound" ovviamente, dove i prezzi sono piú alti, tra il malumore dei passeggeri, che non hanno l'aria degli americani consumisti "chissenefrega, lavoro-pago-pretendo". Mi accorgo della presenza tra i passeggeri di una donna stupenda, sulla quarantina, con tre-quattro bambini al seguito. Non è una ex-bella che si mantiene bene: ha un fascino suo, con l'ombelico che sporge dalla canottiera corta e il ventre piattissimo.
Dennis sull'autobus fa un casino tremendo, soprattutto direi, casino ideologico. A bassa voce tocca l'istinto piú riservato e sacro dei vecchi passeggeri, quello patriottico (texano) che alberga in ogni uomo di una certa età che non abbia di niente di meglio da farsi passare per la testa. Ripete le stesse cose a distanza di pochi secondi, insistendo e dicendo alcune cose piú forte, per esempio che il Texas è beardy, stuzzicando non poco l'amor patrio dei presenti, per esempio di un vecchietto con un occhio andato a male e il viso pieno di venuzze, a cui venti minuti prima aveva chiesto se gli piacesse vivere in Texas: e il vecchio cow boy, senza retorica aveva detto di sí. Dennis aggiunge che è una terra piatta. Chiede ripetutamente ad alta voce se il Texas è bello, e chi gli sta vicino gli risponde quasi in coro di sí: lui si domanda ad alta voce come si faccia ad amare il Texas e come faccia la gente ad abitarci per periodi superiori a una settimana.
Arriviamo a Houston. Vado al bagno e incontro Dennis che si sta facendo lo shampoo e simultaneamente sta lavando la maglietta. Saluto Quentin, che mi chiede se voglio pregare assieme a lui. Tira fuori la Bibbia e mi prende le mani, recitando la sua orazione di pace. Fuori dal terminal Houston è una gigantesca stufa a gas, con il vento bollente che ti rinsecchisce fino alle ossa in un istante. In questo periodo il caldo è particolarmente opprimente al punto che, dice il giornale: "Heat stroke is characterized by very high temperature and an altered mental state. In some cases people have less easily recognized subtle personality change". Ossia l'impatto del calore sul cervello umano può dargli una bella botta e deviarlo, al punto di cambiarne il carattere per sempre! Houston è adesso un abnorme città deserta.
Sotto a un albero una mamma ispanica con bambini, attende l'autobus insieme al sottoscritto. Il servizio pubblico è un cesso. Si aspetta un sacco di tempo. Qui se non hai l'automobile sei fregato per sempre. Arriva una signora e dice in spagnolo alla mamma: "Che caldo che fa, non è vero signora?". "Eh, si!", risponde la mamma. Poi la signora si avvicina e continua: "Ci mettiamo sotto l'albero per ripararci e poi d'inverno abbiamo freddo e cerchiamo il caldo!". La giovane donna annuisce conquistata da tanta elevata saggezza. La signora allora, certa di aver fatto colpo, caccia fuori una rivista dei testimoni di Geova e attacca una lunga predica.
Anche numerosi autisti che hanno finito il turno sono in attesa dell'autobus che li porti a casa. Vi è un nero con un look incredibile. Ha i capelli lunghi e riccissimi, ingelatinati, spalle incassate e pancia importante, orecchino, occhiale da sole spaziale. Sembra Miles Davis. Sta parlando con una ragazza molto carina, sotto l'albero. Poi la saluta e attraversa la strada: giunto al centro dice "bye bye" con dei passetti tipo musical, alla ragazza che scoppia a ridere. Poco prima avevo visto un poliziotto in mountain bike, armato con manette, pistolone, blocco delle contravvenzioni, mentre annusava il profumo spray di un amico vicino all'entrata di un grattacielo.
Due apple pies da Mac Donald's e passa la paura. Soprattutto l'aria condizionata ristabilisce un equilibrio: quando si è prossimi al cambiamento permanente di carattere, una bella immersione nel frigorifero. Qualche impiegata in pausa pranzo ammicca nel taller di sintetico elettrizzante. Esco congelato, vaccinato contro il caldo per cinque minuti. Mi metto ad aspettare l'autobus per la Bay Area, per andare a vedere il Johnson Space Center della NASA. Si deve prendere il 245 o il 246. L'attesa è esasperante.
La forma geografica del Texas, il piú grande stato degli USA, riproduce la varietà morfologica delle terre che occupa: una zona poligonale a Nord e l'altra irregolare in basso. La sagoma del Texas è riprodotta ovunque assieme al motto: "Don't mess with Texas", che invariabilmente ricollego alla non tenera legislazione del posto. Se dovessi fare un catalogo dei luoghi comuni che mi porto appresso riguardo al Texas, mi vengono in mente la musica e le condanne a morte. Janis Joplin, Steve Ray Vaughan e capestri; blues, country ed estreme unzioni. Forse tra i due ci sarà pure, da qualche parte, un anello di collegamento culturale.
D'improvviso, una colpo di calore un po' piú forte degli altri e sulla strada scorgo due individui barbuti armati di chitarre, che avanzano al ritmo incessante di un rock 'n roll tipicamente texano. Sono gli "ZZ Top" con la loro aria flemmatica ma coinvolgente. Sapevo che prima o poi li avrei incontrati. Sono arrivati fin qui viaggiando su un videoclip commerciale e ben profumati, per incontrare delle bionde texane, loro amiche. Avanzano in pompa magna, con le loro barbe solenni, nel bel mezzo alla strada. Suonando a tutta birra le loro chitarre elettriche poligonali, da cui traggono una miriade di suoni distorti. Ma alla gente non fanno nessuna impressione. E' normale vedere gli "ZZ-Top" fare questo e altro per le strade del Texas. Il caldo mostruoso dà alla testa a tutti, meno che a loro. Le barbe degli "ZZ Top" sono isolanti, ecco perché possono stare qui a quest'ora e suonare tranquilli.
Finalmente passa l'autobus, che come sempre è una cella frigorifera. La strada è un rettilineo lunghissimo e ondulato. Le dimensioni di questa città sono incredibili. La Bay Area è sconfinata: non ci sono che pochissimi autobus. E le distanze sono molto piú lunghe di quelle desumibili dalla cartina turistica. Quello che corrisponde alle possibilità fisiche di un camminatore, qui è relativo a un pieno di benzina. Da sprovveduto europeo anacronistico, m'illudo di poter arrivare facilmente a piedi dal capolinea al centro spaziale, compiendo un errore galattico. Con la pioggia. Arrivo al Johnson Space Center dopo due ore di cammino serrato.


3. La NASA, mito contemporaneo



Ammiro le navette spaziali. Sono la faccia buona d'America. Ammiro la NASA. Ammiro uomini come John Young molto piú di una stella del rock. Portarsi un panino in orbita di nascosto, fare i salti sulla Luna, inciampare e cadere in ginocchio sulla Luna, salvare la pelle in orbita, dopo una situazione criticissima, questo è John Young.
La visione dello Skylab mi sollazza. Anche il ricordo dello sciopero spaziale in orbita fa parte della mitologia americana, quella sana e intramontabile di Emerson e Thoreau e Chomsky.
Dopo la visione delle navette, del Saturno V sdraiato per terra, dei laboratori e dei centri d'addestramento spaziali, mi rimetto a camminare. Quattr'ore nella notte texana e automobilistica, in direzione di un'ostello della gioventú che spero esista ancora e sia aperto. Gli autobus hanno sospeso il servizio, ovviamente. Le strade non hanno marciapiedi.
Cammino in mezzo alla strada. Quando passano le auto velocissime mi ritraggo sulle aiuole di prato perfettamente tagliato delle case. I taxi costano un sacco di soldi e si possono reperire solo telefonicamente. Qui non siamo a New York. Alla fine approdo all'ostello della gioventú della Bay Area, aperto da pochissimo tempo, grazie a Dio. Era infatti totalmente sconosciuto alle ragazzette dell'ufficio informazioni del centro NASA. Che esisteva l'ho saputo da un cinese in un alimentari. All'ostello incontro due olandesi, uno svedese e un australiano di Sidney che si diverte a saltare a casaccio da una parte all'altra degli States, cazzeggiando in grazia di un'abbonamento aereo molto conveniente. C'è anche un newyorchese d'origine pachistana che ha perso da poco il fratello in un incidente d'auto a Seattle. Sul quaderno degli ospiti scopro che un certo Federico di Rimini è passato qui una settimana fa. Di italiani in Texas sembrano essercene pochi, a parte i nomi dei ristoranti sulla cui genuinità non scommetterei un centesimo. Dormo, finalmente.
La Bay Area di Houston è un esempio di zona urbanizzata costruita "a misura d'automobile". Il pedone come concetto non esiste. Se qualcuno si trova ad essere pedone in quella zona, si sente immediatamente un ospite inatteso, non previsto da alcuna pianificazione urbana e stradale. Il giorno dopo (3 agosto), alle 15, prendo un autobus della "Kerville" per Austin.
Una signorina su una Mitsubishi bianca modello sportivo, con indosso un corpettino, un paio di shorts e dotata di seno e gambe mozzafiato, ci sorpassa attirando l'attenzione di alcuni passeggeri e soprattutto quella dell'autista, che comunque mantiene anche un discreto controllo della strada.
Forse è proprio quella signorina che si diverte ad andare in giro sulle strade texane, affiancando camion e autobus per eccitare gli autisti per farli sbandare. Altri aumentano la velocità per raggiungerla. Lei lo fa apposta per fargli prendere una multa, d'accordo con la polizia. Molti lasciano stare, senza però riporre la speranza di poter reincontrare la signorina al rifornimento di benzina o al fast food.
Sull'autostrada per Austin attraversiamo per tre volte il fiume Colorado. i suoi menadri infertiliscono questa terra. un display in cima a un traliccio segnala i 98° F o 36 °C di temperatura. L'umidità indiana li fa pesare ancor di piú.
Sono una mucca del Texas e pascolo vicino all'autostrada, in prossimità di un'area pic nic. Andrebbe tutto bene se non fosse per quei chiassosi camionisti che di tanto in tanto si fermano qui e ascoltano country a tutto volume. Se fosse soltanto per quelle tranquille famigliole che vengono qui a mangiare quei panini fatti con i nostri genitori, andrebbe tutto bene.
Austin. Mark, un ragazzo sulla sedia a rotelle, mi regala sull'autobus un paio di biglietti. Studia Economia alla University of Texas. Speriamo che non salga il controllore, perché sui biglietti c'è il disegno della sedia a rotelle.
Vado all'ostello. La direttrice mi fa una lunga paternale e mi dice che non si può fumare né bere, "non come fanno quelli" e mi índica un tavolo affollato di gente con al centro un'enorme catino pieno di lattine di birra. Un giapponese, di nome Tai Chi - non è un soprannome- che inizialmente mi sembrava un po' assonnato (mi confesserà il giorno dopo che era arrivato a quota otto lattine) mi spiega come arrivare a un locale dove si suona musica punk e mi elenca degli strani nomi di gruppi. Austin è una delle capitali musicali degli USA. Sulla Sesta Strada vi è un numero quasi esagerato di locali dove si suona musica dal vivo di tutti i generi eseguibili in un locale dove si beve birra (restano esclusi quindi musica aleatoria, d'avanguardia, etc.).
La sera vado nella Sesta Strada. L'entrata ai locali è gratuita quasi ovunque. In un posto un gruppo di neri suona un funky anni '70 che fa davvero paura per la fedeltà dei suoni e la qualità musicale degli arrangiamenti. Sembra di sentire un disco di quell'epoca. Tra il pubblico vi è anche un'eccellente fauna femminile.
L'esistenza dell'aids le rende meno interessanti. M'imbatto anche in due italiane, orrende, in un negozio "Condom store" che vende solo preservativi: un negozio in cui tutti guardano, ridono e nessuno compra. Ci sono i preservativi "guerra fredda" con bandiera statunitense, sovietica e il disegno di alcuni aerei da guerra, mutande da week-end battagliero con cartuccera di preservativi e poi quelli aromatizzati, alcuni modelli giganti o mignon; preservativi da naso per certe tecniche eteroodosse denominate "brown nose"; altri fosforescenti per incursioni notturne, il modello siluro, il modello Tarzan, leopardato, etc. Sicuramente già esisteranno degli attivissimi collezionisti feticisti, in questo genere.
Alle 23.29 passa l'ultimo 27, l'autobus che porta all'ostello: il servizio dei mezzi pubblici in Texas è davvero penoso. Mi sdraio nel letto 28, con materasso ad acqua, che ho voluto provare e che è scomodissimo.
Il giorno dopo voglio andare a sentire un po' di musica. Mi organizzo meglio. Ho cercato di coinvolgere qualcuno con la macchina all'ostello, ma non c'è stato niente da fare. Regna una tale aleatorietà tra questi ragazzi, che non si può programmare nulla. Non riesco a capire come facciano a trascorrere le loro giornate qui. Soprattutto che cosa ci facciano qui. L'unica attività a cui si dedicano con un certo entusiasmo è bere birra. Non riesco nemmeno a capire di cosa parlino. La sera scendo in città. Passeggando nella Sesta scopro una pizzeria. Entro chiedendo "Italiano?". un signore sulla sessantina mi risponde "Italiano, italiano". Si chiama Domenico ed è napoletano. Tra un racconto e l'altro mi mangio due pezzi di pizza, fatta all'americana piena di salamino, sottilette di formaggio, peperoni e altro. Dice che mi offre la coca-cola. Parliamo a lungo dei cantanti napoletani. Mi dice: "Adesso ci sono questi nuovi, Massimo Ranieri, pure Mario Merola è giovane. Io mi ricordo..." e comincia ad enumerare una serie di vecchi cantanti napoletani dei suoi tempi. A un certo punto entra un nero gigantesco e grasso. Dice a Domenico: "Ah, stai ancora qua?". "E certo, sennò come fate senza Dominick!". Nel porgergli una porzione di pizza gli dice amichevolmente: "Certo che ai tempi della high school dovevano avere tutti paura di te". E il nero risponde con una frase che fa gelare il sangue: "Quando avrei dovuto fare la high school ero in Vietnam, Sir". Abbiamo ancora parlato. Domenico è aiutato da due ragazzi albanesi, due che ce l'hanno fatta ad andarsene e ad arrivare fino a qua. Alla fine non mi fa pagare nemmeno le pizze. Ringrazio, prendo l'autobus e vado a dormire.


4. On the riverside e Sesta Strada



Stare sul prato o seduti a chiacchierare e a bere birra è il passatempo preferito degli ostellanti od ostellini. Sulle rive del Colorado si cerca lo spleen o l'oblío. Ci riescono benissimo. Tai Chi -che ha il nome di un esercizio orientale e non è un soprannome- è di Tokyo, il suo amico, che parla solo giapponese, è di Yokohama. C'è anche un tipo di Stoccarda di 19 anni, ma ne dimostra 35. C'è una diciottenne alta e carina, Ellen, di fattezze svedesi e di cognome italiano. Shan, la responsabile dell'ostello, mi racconta dei jazz-club di Dallas, lo "Strictly Taboo" e il "Caravan of Dreams". Non credo che andrò a Dallas, non vedo perché ci dovrei andare. La mattina dopo giro beatificato per la University of Texas at Austin. Ha mezzi e architetture poderose. Il settore musica è pazzesco: teatro gigantesco, sale prove. Dopo aver vagato un altro po', decido di andare all'ostello. Ma incontro i ragazzi dell'ostello con Shan che scendono dall'autobus diretti in piscina. Vado anch'io. I figli di Godzilla e Goldrake scavalcano senza ritegno, noi ci accodiamo. Shan ed Ellen entrano attraverso un negozio. Bagno storico e sole sul prato. La sera all'ostello incontro un tipo con la faccia completamente cotta dal sole, Amàdio, nato vicino a Losanna, ma italianissimo di Puglia. Da sette mesi gira per gli Stati Uniti con una Harley Davinson comprata a Los Angeles per 4600 dollari, i suoi risparmi di quattro anni di lavoro noiosissimo sotto alle nebbie di Svizzera. Amàdio mi parla della prima tribú arrivata in Arizona. Nella Mesa Verde, Arizona, vi è un tempio detto del Sole, ma non si sa a cosa servisse esattamente: sembra che sia stato edificato da questa tribú. Amàdio deve rientrare in Svizzera entro il 1995, sennò gli ritirano il permesso di soggiorno. Lo sente come una costrizione. Ha noia delle giornate elvetiche dove non si vede mai il sole. Negli Stati Uniti ha trovato la calma dell'animo e quasi nessuna giornata di pioggia.
The Houston Post, 4 agosto 1993: "I condannati a morte vorrebbero morire", assocura il giornale come "ultimate expression of remorse. Most death row inmates wait twice as long before they are executed". Quindi pena di morte richiesta dalla vittima stessa, come espiazione delle proprie colpe. Sarà cosí? Avevo avuto sentore che il Texas non fosse uno stato progressita, ma fino a questi punti non avrei immaginato, a parlare della pena di morte quasi fosse una medicina assolutoria, non credevo.
The Houston Post, 4 agosto 1993: "Shuttle scare -a bad command...an erroneous command transmitted by a Houston-based flight controller caused a spark and a brief power loss on space shuttle Endeavour during its most recent mission. None of the six astronauts aboard the shuttle was hurt and the $ 1.8 billion spacecraft was undamaged on its June 21-July 1 flight. But the Houston Post has learned the incident spurred officials at Johnson Space Center to convene a rare meeting of safety advisory board that will issue recommendations next week for avoiding future probelms". Il mito NASA si umanizza nell'errore non letale.
Alle 14.45, sotto un sole bestiale e dopo aver letto il giornale in lungo e largo, cambio panchina ogni mezz'ora in attesa della sera. Aspetto come un idiota che nella Sesta si cominci a fare musica. D'altra parte è piacevole riposarsi dopo la lunga camminata. I ragazzi sono rientrati all'ostello.
Il conservatorismo texano a volte si rivela a volte molto spinto. In città come Houston è quasi assente, mentre è molto piú evidente a Dallas e dintorni, dove ignoranza e ricchezza spesso albergano pericolosamente nello stesso recinto, come succede spesso. Il razzismo, specie quello contro i messicani, forza-lavoro per eccellenza, è diffuso nei centri rurali. Shan mi parla fuggevolmente e controvoglia di dove è nata, vicino a Dallas, e da dove è fuggita. Dallas sembra essere una città un po' cafona, ma almeno è attenta a promuovere la cultura.
La Sesta Strada, dopo la sfilza dei locali per musica, finisce quando si va ad incuneare sotto la sopraelevata, una stazione della Mobil a sinistra e l'Hotel Sheraton a destra. Poi il nulla. La festa dei locali e della musica finisce come i sogni, abbastanza malamente, in una circonvallazione e in uno stolidissimo traffico.
Passeggio per il centro di Austin, ancora, alla disperata ricerca di qualcosa. M'imbatto nella casa-museo, chiusa, di O. Henry, musicista, scrittore e bankteller, ma temo che l'ordine gerarchico sia stato pietosamente rovesciato dai posteri: nato nel 1800 e rotti a Greenshoro, NC, emigrato ad Austin nel 1882. Il suo primo racconto pubblicato a livello nazionale apparve nel 1897: questo dice la targa.
I pochissimi bar sulla Capitol Avenue chiudono tutti invariabilmente alle 16: osservano un orario in sintonia con la burocrazia, che è poi l'orario di tutta la City, eccetuando la Sesta. Dopo quell'ora la zona ha l'aria della città fantasma. Tutti vivono fuori, in comode casette con giardino. Fino alle 21.30, che è l'ora in cui piú o meno la gente comincia ad affluire nella Sesta, il tempo e lo spazio rimangono sospesi, disturbati soltanto da qualche passante incatalogabile e qualche delinquente. La zona intorno alla Sesta è una "curfiew area", ossia una zona in cui tra le 10 p.m. e le 6 a.m. tutti i minori di anni 17 non possono entrare. Il tutto è scritto a chiare lettere su un cartello, assieme a un numero telefonico da comporre per chiedere il permesso per far entrare un minorenne, che viene rilasciato in casi eccezionali e motivati. Ossia il piccolo Tom per andare a dormire dalla zia Peggie, che vive nella Sesta, deve farsi rilasciare il documento. Non è che non può entrare nei locali, no, non può entrare nella zona affinché non veda le terribili realtà, sopratutto la musica country, che vi si celano: ok, d'accordo, il giovane Tom non deve vedere gente ubriaca e donne discinte perché sarebbe pericoloso per la sua educazione e salute...
Sulla Sesta, quasi all'angolo con Capitol Avenue, vi è un locale elegante pieno di persone eleganti. Devono arrivare lí volando perché per strada non si vede nessuna persona elegante. Oppure si tratta di individui assoldati dal gestore per fungere da attrazioni. Eppure i prezzi non sono altissimi. A queste persone ben vestite, ben pettinate, non obese (quest'ultima è prerogativa delle classi basse o medio-basse, che nel lasciarsi andare trovano sfogo alle loro frustrazioni) un piatto di pasta costa 8.50 $, piú tasse e servizio. Camminando si arriva a "The Driskill", albergo del 1885-6, eretto dal colonello Driskill, etc. La costruzione, dice una scritta ha "una delle arcate d'ingresso piú grandi degli USA meridionali", non la piú grande, una delle piú grandi...Fuori una ragazza in divisa aspetta qualcuno da portare a spasso in calesse. L'ambiente si anima con il passar delle ore. Sta per cominciare lo spettacolo serale, ben organizzato, con le sue quinte, tra la varia musica e la stessa birra. In un locale un tipo con la batteria piena di rosari di plastica, con piattini vari e un piatto cinese incidentato, come se l'avesse preso a morsi un drago, attacca il primo brano. E' l'inizio della festa. Le bionde hostess della birra Coors regalano per strada portachiavi a forma di chitarra.
Il "Maggie Mae's" è collegato ad altri due bar, cossiché si può fare un passaggio rapido e vederli di fila tutti e tre. C'è un gruppo funky notevole, soprattutto il cantante che ha un repertorio di timbri molto ampio e arricchisce le sue intonazioni vellutate e sicure con tecniche eterodosse, incluse alcune diafonie mongoliche. Il tutto in uno stile alla James Brown. Il ritmo è troppo serrato: meglio riporre la penna. Da"Esther's pool" è di scena una compagnia di cabaret che esce anche per strada e parla da fuori alla gente che è dentro. Al "Picasso's" un trio suona musica techno. Arrangiamenti dei Tears for Fears, REM, Cream, Gary Newman e pezzi come "Just like heaven", "Glamour boys", "Stop the world" "Delirious". Hanno le basi su floppy, un chitarrista-cantante e un bassista-cantante scatenati, assieme a un tastierista-batterista-cantante che non può gironzolare nel locale per via delle gambe ocupate alla batteria. Gli altri due, grazie ai loro radiomicrofoni, vanno anche a suonare per strada, con un sicuro effetto spettacolare. Al "Joe's genric bar", piú tradizionale, suona un quartetto blues: i due chitarristi, capelli lunghi l'uno grigi, l'altro bianchi. Dietro di loro la foto di Stevie Ray e un teschio di bue. Un vaso è sistemato su uno sgabello per l'offerta libera a favore della band, che poi sono gli unici soldi che il gruppo percepisce, oltre alle bevande. "Hey, ragazzi, mettete qualcosa qui, sennò era meglio che me stavo a casa a vedere la tv", riassume il leader, ottenendo una pigra ma discreta reazione finanziaria del pubblico.
All'EMO'S", che sembra essere il locale piú radicale, stasera suoeranno i "Gorilla" e gli "Inhalants", due gruppi che dalle prove in corso che i riescono a trasentire, sembrano gravitare persistentemente attorno al satellite punk-trash. Mi permetterò una grossolana generalizzazione: le ragazze piú carine sembra che vadano in discoteca, quelle piú intelligenti, non necessariamente meno carine, a sentire musica dal vivo. "River City Tatoo" è il negozio di tatuaggi. Un negozio vuoto perché il prodotto si crea addosso all'acquirente.
Barthes avrebbe scritto un saggio sui negozi di tatuaggi e poi sui giornali sarebbe apparso un articolo di commento a questo saggio con considerazioni universali sulla storia del tatuaggio, come "icona della tribú" e altri pipponi del genere.
Comunque c'è una parete enorme tappezzata con tutto il campionario standard della casa, con cui farsi immortalare il braccio, la caviglia, la natica, bollati a vita come una mucca. Uno scarabeo costa a un colore costa 40 dollaroni, quelli piú colorati ovviamene molto di piú.
Presto verrà fondata una Commissione Nazionale per la Salvaguardia del Tatuaggio. I piú bei tatuaggi, ma anche quelli brutti che abbiano però una certa importanza storica (quelli impressi su musicisti famosi, serial killers, attrici e attori, etc.) verranno costantemente restaurati a spese della comunità. Una apposita commissione ordinerà di rinfrescare i colori ai tatuaggi storici e terrà sotto sorveglianza gli esemplari migliori. In alcune uniersità verranno inaugurati corsi di tatuaggio. Quando poi il tatuato morirà, il disegno verrà ripreso e riprodotto fedelmente sulla spalla o natica di un volontario (che non mancherà certamente), affinché l'ideazione dell'antico tatuatore sopravviva con moderni criteri filologici per il beneficio dei posteri.
"Whether it's Blues, Rock or even Country music that you are into, you'll find it here. Check out the live bands playing in any of the bars on th Street", dice un volantino. Al "311 club" i Ruff Necky di Las Vegas suonano un blues tiratissimo, con due chitarre elettriche, contrabbasso e batteria. Nemmeno per strada manca la musica. In un angolo un gruppo di cornamuse irlandesi intona per i passanti alcuni motivi tradizionali. Poco prima, in un altro angolo della Sesta strada, un predicatore arrabbiatissimo si era scagliato contro la corruzione dei costumi, gridando e brandendo una bibbia come un coltellaccio. "Cosa ne sarà dei nostri figli, se continuiamo a mantenere in vita questi luoghi di depravazione?" Cerca senza alcun successo di aizzare la folla, che passa ormai abituata a tutto e che non lo degna di un'occhiata. Insomma tipica situazione americana: "fai come ti pare, ma non mi rompere le balle".
Dopo un po' altro esaltato. Questo è motorizzato e munito di amplificazione. Passa come un kamikaze a bordo di un furgoncino e con un megafono strilla qualcosa sulla salvaguardia della morale. Sicuramente, e putroppo, si sentirà un delegato di Dio, nella sua missione speciale bacchettona. Gira l'automezzo e fa il percorso al contrario, ma stavolta viene costretto ad accostare da un poliziotto che gli controlla i documenti e in base alle leggi della morale stradale: e si becca una bella multa.
Il "Maggie Mae's" è ospitato in tre diversi edifici, uno dei quali è lo Smith-Hage Building del 1874. Alle 23 lo spettacolo di cabaret è terminato: il palcoscenico è ricoperto di pezzetti di quotidiano. La polizia controlla a vista quella che ha l'aria di essere la zona piú calda di una città in cui non succedono troppe cose, ossia l'incrocio tra la Sesta e la Red River Road, vicino a uno dei pochi posti in cui si vendono alcolici al dettaglio. Al "Santa Fé" si continua a suonare instancabilmente musica country. Alle 0.00 il Condom Store è deserto. Entrando e uscendo dai locali cerco di capire se la birra e la musica vanno insieme per necessità o per convenienza: ma non ci vuole molto a capire che è per convenienza. Una comitiva di muti passeggia per strada e discute animatamente a gesti. Reincontro Ellen al "Joe's bar", in compagnia di alcuni ragazzi dell'ostello. Vi è anche una nera stupenda. La musica in questi locali di solito serve solo a giustificare le sbronze, non è apprezzata per quello che è. Penso al tinnire dei bicchieri persino nei dischi di Bill Evans con Scott La Faro e Paul Motian. Ora devo partire. Ciao a tutti e tanti saluti. Un tassista dell'Oklahoma mi porta alla stazione degli autobus.


5. Il Messico dell'Anadela bendata



Laredo, Texas, all'alba del 6 agosto è umidissima e pesante, da fermare le gambe a mezz'aria. Alle 7.30 varco la frontiera, dopo una sosta igienico-alimentare da Mac Donald. Qualche altra ora e la temperatura arriverà a quote umanamente insopportabili. Alla dogana nessuno mi controlla i documenti, anzi dalla parte messicana non c'è nemmeno una guardia. Abbandono l'otro lado. A Nuevo Laredo prendo un pesero affollatissimo che porta al terminal degli autobus. L'autista non è per niente insonnolito e, al ritmo della terribile musica tropicale elettronica altissima, conduce a manetta il suo Dodge. In uno spiazzo ha modo anche di compiere una sgommata: le due ruote posteriori slittano senza provocare alcuna reazione nei passeggeri. Agli incroci inchioda di botto, carica e scarica la gente con impazienza. Tra le rullatine elettroniche e le prodezze stradali, arriviamo al terminal. Tutti guardano il sopraggiunto, a lungo, distogliendo lo sguardo e tornando a fissarlo con sguardo attento, come aspettando qualcosa. E' l'ora di un bel piatto di pollo, temendo per la diarrea, visto il tugurio. Bisogna aspettare per svariate ore la partenza.
Compro El Diario de Nuevo Laredo. E' riportata la notizia di un blocco alla frontiera statunitense. Un gruppo di pastori, Pastori per la Pace, voleva portare uno scuolabus con aiuti umanitari a Cuba, attraverso il Messico, da destinare a una parrocchia battista. Ma sono stati bloccati e hanno cominciato uno sciopero della fame. I tredici membri della delegazione sono già alla seconda settimana di sciopero della fame. Il piú anziano del gruppo ha 86 anni. Gli aiuti umanitari su uno scuolabus diretto a Cuba e l'equipaggio sono stati messi in una zona di quarantena. Gli statunitensi dicono che il blocco vieta di esportare. Da qui è nato il fermo al veicolo e lo sciopero della fame dei pastori. I doganieri hanno chiamato da Dallas un pastore e uno psicologo per convincere i pastori a lasciare la zona e a desistere dallo sciopero della fame e dal loro intento. Vi è stato un dibattito teologico di mezz'ora tra il reverendo Lucius Walker e il collega mandato da Dallas (sono entrambi ministri battisti). Del resto gli autobus servirebbero a una chiesa battista di Cuba. Negli ultimi giorni vi sono stati blocchi di autobus analoghi in 24 città statunitensi. I pastori godono l'appoggio di diversi senatori, la scrittice Alice Walker, il premio Nobel Rigoberta Menchú. La temperatura è di 105 °F.
Lo stato malandato delle strade, il calore, i luoghi visti, il freddo dell'aria condizionata, il sole ti entrno dentro, si ripercuotono nelle ossa, nei muscoli, negli organi interni, nelle pieghe della tua personalità, nelle articolazioni, nelle arterie e nelle vene, nel sangue, nel cervello, nella personalità, che non può essere la stessa.
L'America di Emerson e Thoreau sfida l'America di McCarthy e di Reagan. Dice il giornale che il blocco della polizia nasce dalla preoccupazione che lo scuolabus e i materiali ivi contenuti possano essere utilizzati per scopi militari. Per il giorno successivo è atteso il reverendo Jessie Jackson.
Il ritorno in bus avviene per inerzia. E menomale perché con i sensi un po' piú desti sarebbe uno strazio insopportabile. Molte ore del viaggio avverranno al buio. L'autobus della "Frontera" è un cesso, sedili stretti, rotti e ammortizzatori cotti, che fanno saltare a ogni irregolarità della strada. Non mi curo nemmeno di vedere quale itinerario seguiremo. Partiamo alle 10.15 e arriveremo a Città del Messico alle 4 del mattino seguente. A fianco a me un tipo tranquillo e dall'altra parte un tipo robusto sulla sessantina, tipi "vecchio leone" con pistola alla cintura e giovane signora. Ci fanno vedere due film bruttissimi di cui non ricordo nulla.
Scendo dal bus all'ora piú preziosa per il sonno, alle quattro circa, come se avessi ballato cumbia, pachanga, bembe, cha-cha, son, bolero, bomba, merengue, guaguango, mozambique, bossanova, candombe, songo, samba, plena, columbia tutti di seguito. Cerco d'infilarmi in una sala d'attesa per stare sdraiato un attimo, ma ssieme ad altri ci cacciano alle cinque quelli delle pulizie. Ondeggio fino alla metropolitana alle 6.00. Mezz'ora dopo sto nel Parco Alameda con un freddo bestiale. Si passeggia piú che altro per disperazione, le caviglie gonfie per le ore passate seduto. A quest'ora potrebbe anche apparire Superbarrio, lottatore sociale, nella sua divisa da lottatore di wrestling, senza sortire alcun effetto emotivo. A pesarci bene ha ragione il mio amico messicano David, il quale sostiene che viaggiando siamo meno vittime dei pensieri associativi, perché gli scenari cambiano in continuazione. Da qui deriva forse quello che si chiama "il piacere di viaggiare". Questo però lo scrivo a posteriori, perché David lo conosco mezz'ora dopo nel terminal TAPO.
Dal palazzo delle Belle Arti la bella illusionista ed escapista Anadela ha deciso di compiere uno dei suoi straordinari esperimenti. Condurrà un automobile bendata, titola clamorosamente El Universal, che prosegue con gravità: "duras horas esperan a la hermosa Anadela". La dimostrazione verrà trasmessa dal vivo nel programma di Ricardo Rocha. La bella e temeraria è considerata un'allieva del professor Zabek. Dice il giornale una cosa che non credo assolutamente e che infatti non si verificherà (perché la sera mi vado a vedere lo spettacolo), ossia che alcune cariche di dinamite collocate sul percorso a zig-zag esploderanno mettendo a repentaglio la vita di Anadela. Figurati, in mezzo alla strada, in pieno centro! Sotto i riflettori la bella si benda, non sapremo mai se bene o male, indossa il casco e sale a bordo della vettura. Per giunta è collegata via radio e guida a 5 Km/h. Vi è un'enorme quantità di gente che segue il percorso di Anadela. Non tanto la dinamite di Anadela rappresenta un pericolo in questa città, quanto i tombini aperti per strada o l'inquinamento che secca le narici, gli occhi, la gola. Poi nel cinema gigantesco a vedere un film ci si rilassa un po'. Due pesos per un hot-dog e una coca cola sotto le campane elettroniche della Torre Latinoamericana.
In giro per cercare un hotel. La prostituta ossigenata ammicca dalla finestra dell'hotel-postribolo, mentre il portiere finge di accogliere i clienti, ma invece è sicuramente lí pronto a dare l'allarme a coloro che nel falansterio vanno conducendo attività illegali di vario genere. Nel Parco Alameda, dove gli Inquisitori bruciavano la gente, la signorina spericolata si è bendata e ha affrontato la folla e le telecamere per dimostrare che si può guidare senza guardare (ma quanta gente guida leggendo il giornale!). Incuriosita per mancanza d'altro, piú che appassionata, la folla ha seguito l'evento. Poco piú in là Pedro Rodríguez ha parlato in auto con la fidanzata, qualcun altro ha camminato chiuso a riccio sotto il cielo inquinato.