Guard-rail

di Luca Conti

  • Da Roma a Lisbona
  • Lisbona-Cabo da Roca-Lisbona
  • Caiscais-Sintra-Lisbona
  • Da Lisbona a Tomar. Fatima, Batalha, Alcobaça e Coimbra
  • Da Coimbra alla Spagna
  • Di passaggio in Francia
  • Epilogo

    Da Roma a Lisbona

    Il 25 luglio 1992, poco prima di mezzanotte parto da Roma per Genova. Porto con me otto chili di bagaglio. Nello zainetto cecoslovacco ho messo una camicia, un paio di pantaloncini jeans, una maglietta, una canottiera, un paio di sandali, spazzolino e saponetta. In una borsa ho il sacco a pelo ed un'amaca. Arrivo a Genova all'alba. Cammino spaesato per le strade deserte. Piscio in un angolo che è un siringheto, un merdaio. Vedo spacciare, offrire orologi. Visito l'Expo. Mi ricordo solo il plastico degli oceani, l'acquario, ed una truffa di pranzo a base di insalata, pomodori e mozzarella a tredicimila lire. Gli stands dei vari Paesi mi si cancellano dalla mente appena esco dai cancelli. Mi fermo un poco ad Imperia con la speranza di fare un bagno, prima che passi il treno per Barcellona: ma c'è poco tempo e la spiaggia è affollata. Rinuncio. La sera sul treno incontro molti italiani, olandesi, inglesi, canadesi, due ragazzi ungheresi in Inter rail, messicani, due malesiani che studiano Ingegneria a Londra. Arriviamo a Ventimiglia. Nel corridoio incontro due uomini e una donna in divisa: penso che si tratti della polizia municipale del posto, salita sul treno chissà per quale motivo, magari per multare qualcuno per sosta vietata prima che se ne vada in Francia: si tratta invece, piú plausibilmente, della polizia francese. Verifico la mia inerzia mentale. Sto iniziando lentamente a prendere il largo, stento a prendere il ritmo del viaggio: mi sento ancora vulnerabile, stanco e lento ad afferrare nuove situazioni. A Nizza sale una donna turca, che arriva da Istanbul in pullman (ne ha presi cinque per l'esattezza, oltre al traghetto da Patrasso a Brindisi). È molto stanca, le duole la schiena. Parla un inglese molto corretto, anche se con una pronuncia poco ortodossa. Al collo ha un piccolo quadro della Madonna. Dice che ha il marito in ospedale, che vuole andare a Barcellona a cercare lavoro come interprete in occasione delle Olimpiadi; dice anche di vedere spesso la Madonna. Nel nostro scompartimento il suo arrivo ha sconvolto i nostri piani per la notte: infatti siamo diventati in quattro, per cui dovremo trovare una situazione per stare piú comodi. Nello scompartimento accanto mi metto a cantare con alcune ragazze di Novi Ligure; si aggiungono presto un ragazzo di Torino con la chitarra, che assomiglia a Jim Morrison, ed un olandese. Poi fermiamo tutti quelli che passano e gli chiediamo di intonare una canzone della loro terra. Una ragazza svedese canta e mima una simpatica canzoncina che parla di una rana che fa le boccacce. Subito dopo arriva una norvegese e intona la versione del suo paese. Ad ogni fermata salgono e scendono molti ragazzi con lo zaino. Rientro nel mio scompartimento. La turca dorme profondamente, a fianco della sua pesantissima valigia celeste. Dorme anche la ragazza di Jim Morrison. Salgo in piedi sul sedile, stendo il sacco a pelo sul portapacchi, che da un lato è vuoto e mi ci adagio sopra. Sono esausto e mi addormento subito. Nemmeno mi controllano il biglietto. La mattina presto arriviamo in Spagna. (Port Bou, 27/7/1992). Il treno da Port Bou a Barcellona è strapieno; dormo profondamente, con il capo che mi ondeggia in avanti, per almeno due ore. Ad un certo punto sento urla fortissime, di italiani. È Antonio, grande casinaro calabrese, che sta guidando un coro di siciliani. "Si-ci-lia, Si-ci-lia". La gente se li guarda, chi spaventato, chi divertito. Assieme a loro ci sono Jorge, un ragazzo argentino e la sua probabile preda, Beth, studentessa di Philadelphia. Faccio amicizia immediatamente con Antonio e gli altri. Arriviamo a Barcellona e ci mettiamo alla ricerca di una pensione. C'è il pienone per le Olimpiadi e anche i prezzi sono saliti parecchio. Dormiamo alla "Pensione 45" vicino alle Ramblas. La mattina successiva faccio colazione con Antonio in una panetteria e andiamo al mare, volutamente con una lentezza esasperante. La sera mi separo da Antonio, che è andato a dormire in un grande albergo con un documento "di seconda mano", ossia trovato per terra, al quale ha attaccato una sua foto, allo scopo di non pagare. A nulla servono i miei tentativi di convincerlo. "Che cazzo fai? Noi italiani dobbiamo sempre farci riconoscere, etc." Vado in un ostello indipendente situato in una delle zone piú calde di Barcellona, vicino alla Plaza Reial. Qui si compiono furti alle spalle delle ronde di polizia, scippi in tempi record, si spaccia, etc. Dopo aver sentito una serie di grida domando di cosa si tratti, piú che altro per vedere come mi risponderanno: "Nada...policia...ladrones", mi dice nebulosamente la signora che gestisce l'ostello. Percorro in lungo e in largo la città, ma stento ancora ad entrare nel ritmo, o meglio a trovare il ritmo di questo viaggio. Uno dei sintomi è che non riesco a controllare le spese e le mie finanze subiscono una flessione preoccupante. I panini al bar, cibi magrebini, birre alla spina, e soprattutto alle pensioni e al fatto di dovermi pagare il treno a tariffa intera (costa piú dell'aereo, addio mia bella Inter rail) mi stanno spennando. (Barcellona, 28/7/1992). Gironzolo per la città. La sera, a Plaza Catalunya, mentre sto sdraiato sul prato antistante una delle due grandi fontane, mi giunge il primo segnale. Sono seduto davanti a due ragazzi che stanno parlando e bevendo. Uno è presumibilmente americano, ha con se il sacco a pelo e una busta di nylon piena di birre. Sta chiacchierando con un australiano. Dice il secondo: "E come fai a spendere cosí poco? Dove hai dormito la notte scorsa?". "Sulla spiaggia" risponde con naturalezza l'altro. Mi arrabbio con me stesso. Possibile che ancora non sono decollato? Che per due notti di seguito sto andando a dormire in pensione, riducendo rapidamente il mio modesto capitale? In parte mi sono lasciato trascinare, in parte debbo ancora rompere quel muro del suono che divide una condizione normale da quella cosí anormale per la nostra anormalità, rappresentata dal viaggio. I due continuano parlando di parties olandesi, di pins (spillette metalliche) vendute ad Amsterdam, che hanno reso all'americano 800 dollari in una settimana. Qui nella piazza però è impossibile vendere spille, perché c'è un mercatino riservato a chi ha il passi delle Olimpiadi. Sono soprattutto americani a venderle e a scambiarle: conventions repubblicane, meeting d'atletica, nazioni remote, team di varie discipline, stemmi universitari, reduci di guerra, associazioni sindacali: i venditori sono come inebetiti davanti ai loro panni pieni di spillette metalliche o sono semplicemente tranquilli ed io incazzato. (Barcellona, 29/7/1992). Visito Montserrat. Per arrivarci si prende prima il treno e poi la funicolare. L'abbazia è celebre per la sua scuola di canto piano. Il sacerdote prima di cominciare la messa insegna ai fedeli un canto gregoriano: il testo del canto, come la messa sono in catalano, lingua che scritta si capisce, ma parlata suona come qualcosa di molto remoto da noi. La sera vado a prendere il treno per Madrid. Lo scompartimento è di quelli odiosissimi e molto scomodi ad otto posti. Dormirvi è quasi impossibile, specialmente se È tutto pieno. I miei compagni di viaggio sono due ragazze norvegesi, una delle quali di bell'aspetto, un signore svedese che si è stufato delle Olimpiadi ed ha salutato i suoi amici per tornare al suo Paese, un tipo sulla quarantacinquina tendente al fichetto, che esige spostamenti di borse e commenta tutto, anche chi passa nel corridoio: è americano. Inizio a parlare con lui per vedere che tipo è. D'origine spagnola (è nato a Madrid) fa il poliziotto privato a Saint Louis (protegge i capoccioni di una ditta farmaceutica). Ha un tatuaggio sul braccio destro: un teschio con la sigla U.S.M.C. Poco dopo mi spiega che la sigla sta per United States Marine Corp. Ha anche i calzini della predetta istituzione. Egli infatti prima di fare il poliziotto ha militato in quel corpo. Poi era tornato alla vita civile, si era fatto una famiglia e viveva tranquillamente. Due anni fa lo scherzetto. Una lettera con la firma di Bush in persona lo richiamava alle armi per andare nel Golfo a combattere contro gli iracheni. Nel deserto ha passato cinque mesi, ha dei ricordi orribili di cui non vuole parlare, ha avuto molta paura, di positivo si ricorda le albe e i tramonti, ammette che la guerra è stata fatta per il petrolio (non è che ce ne fosse bisogno, ma ho apprezzato il suo sforzo di sincerità), ringrazia Dio di essere tornato vivo. Mi addormento con la graziosa norvegese appoggiata alla mia spalla. Il mattino seguente sono a Madrid. Reincontro i due Inter rail-men ungheresi. Quste coincidenze mi esaltano. Giro freneticamente per la città che mi sfugge e mi appare impenetrabile, grandiosamente e vacuamente barocca, fatta eccezione per qualche vicolo e per la Plaza Mayor. Staziono stanco nel Parque del Retiro. Qualcosa inizia a scattare in me. Infatti mi lavo i piedi con la bottiglia. La sera prendo il treno per Lisbona. È pieno di italiani. Nel mio scompartimento c'È un gruppo di ragazzi di Macerata ed un signore che alla fine si rivela essere di Reggio Emilia. Si chiama Marco e fa il preside in un istituto di arti grafiche. È già stato in Portogallo, nel 1975, subito dopo la "Rivoluzione dei garofani". Si ricorda dei soldati al confine con i capelli lunghi fin sulle spalle. È affascinato da Pessoa e carico di libri. Faccio un rapido calcolo delle mie risorse economiche. Se andrò avanti di questo passo (panini preconfezionati, bar, pensioni, treni) dovrò tornare a Roma fra tre-quattro giorni. Debbo cambiare radicalmente strategia. Scendendo dal treno, il 31 luglio, stringo casualmente amicizia con una coppia di Valencia. Andiamo a far colazione e cerchiamo un posto dove dormire. Sono molto stanco. Giriamo vari posti. Non è nemmeno facile trovare un letto. L'ostello della gioventú è chiuso per lavori. Ad un certo punto incappiamo in una catena di pensioni. Giungiamo alla pensione "Estrela do Chiado", situata sulla rua Garret, forse la via piú elegante di Lisbona, nonostante l'incendio del 1988. La pensione si trova all'ultimo piano di un edificio che appare altrimenti disabitato, considerando la polvere che ricopre le porte e la mancanza di zerbini. Anche i connotati della pensione sono un po' dissimulati. L'insegna trova posto soltanto all'interno dell'entrata e una volta saliti, ci viene richiesto il biglietto da visita che ci hanno dato alla "sede centrale". Ma i prezzi sono ovunque gli stessi, per cui è meglio pagare duemila lire in piú e riposarsi in pace, che andare a finire in un bordello. Tiro sul prezzo con la signora, che come occupazione principale fa la centralinista nella marina portoghese ed è moglie di un ufficiale della predetta. Fa il possibile per farmi uno sconto. Dopo una telefonata alla "sede centrale" mi dice che non mi può fare sconti, il prezzo è fisso: 2000 escudos. Vi è una sola camera singola, senza finestre, che ribattezzo sulito "la grotta". Dovrei dormire lí. È una stanzetta di ridotte dimensioni illuminata da una fioca lampadina, a cui si accede tramite una porticina. Ha l'aria di una ex-portineria o di una cuccia per cani gigante. N‚ d'altra parte voglio intromettermi nel privato di Juanjo e Pilar, i due ragazzi spagnoli, chiedendo a loro di prendere insieme una tripla. Dato che non me lo hanno proposto, mi sembrerebbe un'indelicatezza. Titubo a lungo. Avrei voglia soprattutto di una doccia e vorrei lavare i panni. Poi potrei anche cercarmi un posto bucolico dove dormire. Chiedo anche alla centralinista se mi fa dormire per terra nella stanza in cui stira per mille escudos. Ma la marescialla non me la lascia fare. Cedo. La stanza è buia ma pulita, il letto è comodo. Quella del 31 luglio sarà la mia ultima notte trascorsa in un letto per tutta la durata del viaggio. Taglio i jeans lunghi, trasformandoli in bermuda. Non me ne pentirò quasi per niente.

    Lisbona-Cabo da Roca-Lisbona

    Dopo aver trascorso un'intera giornata, il 1° agosto, camminando per Lisbona, ho appuntamento la sera a Praça do Comercio con Juanjo e Pilar. È sabato. La città è piena di gente. La piazza è occupata da cinque o sei camper, tutti rigorosamente italiani, settentrionali e meridionali. La polizia li lascia stare, evidentemente per incentivare il turismo. Facciamo tardi girando per l'Alfama, che ho già percorso oggi. È la zona piú caratteristica della città. Anche se alcune parti stanno andando in frantumi è rimasta l'impronta popolare. La gente sta seduta con le sedie per strada. Piccole bettole con i tavolini di marmo mescono il vino. In effetti, come diranno poco dopo alcune amiche napoletane con cui torno a visitarlo, l'Alfama è del tutto uguale a Forcella. Facciamo tardi girando per le vie di Lisbona. Mi lascio offrire qualcosa, per ricambiare commetto (economicamente) una cazzata: diecimila lire per due cappuccini e un caffé. La Spagna mi ha rovinato. Sono arrivato a Lisbona con trecentoventimila lire (centomila cambiate in escudos). Non riesco a capire come se ne siano andate cinquecentomila lire. Le tariffe ferroviarie, le pensioni e i panini preconfzionati, le robuste colazioni del mattino, le merende mi hanno lasciato senza soldi. C'è da dire un'altra cosa. Giunto in Portogallo contavo di poter acquistare una tessera ferroviaria, come veniva promesso dall'opuscoletto della International Student Identity Card, da me acquistata in Italia. Col cavolo. Tutte balle. Ne parlerò piú avanti. Giro per Lisbona. Subisco l'effetto "National Geographic" di alcune vedute del luogo: una donna anziana che si affaccia dalla parte superiore di una porta dipinta vivacemente; qualcuno che si sporge dalla finestra di una vecchia casa. Immagino velocemente di divenire fotografo e accantono l'idea dopo quindici secondi. Vado con Juanjo e Pilar alla "Estrela do Chiado" per riprendere lo zainetto e la borsa. Il guardiano, un brasiliano, fa qualche rimostranza per via dell'orario, ma mi sembra pi— per abitudine che per necessità: inoltre ero d'accordo con la centralinista-marescialla. Vado anche al bagno, mi lavo i denti e ritiro i pantaloncini lavati stamattina, che ho appeso fuori dalla finestra, in modo da nonessere visti, nonostante mi avessero detto che non si poteva fare il bucato, che c'era la lavanderia, etc. Scendo le scale pensando ad un posto dove dormire. È sabato sera, o meglio domenica 2 agosto. Il movimento di gente continuerà fino a tarda notte, anche se è già l'una. Scendendo esamino le porte del palazzo. Sembrano chiuse da molto tempo. La polvere ricopre i battenti, alcuni campanelli sono stati disattivati. Le scale sono ricoperte da tavole di legno, come si usa in Portogallo. Stabilisco che il pianerottolo mediano del secondo piano è il luogo ideale per passare la notte. Al pianterreno c'è una casa che sembra essere abitata. Inoltre c'è un continuo vociare in strada. Tiro fuori per la prima volta il sacco a pelo, con un certo timore. Mi metto la borsa del sacco a pelo, che contiene ancora l'amaca, sotto la testa come cuscino ed imbraccio lo zainetto per prevenire eventuali furti. Sono abbastanza teso. Ondeggio tra la veglia ed il sonno leggero, inquieto, disabituato a dormire per strada. Verso le tre mi sveglio di soprassalto da questo stato ibrido, a causa di alcune voci molto forti e dal rumore di passi sulle scale. Sobbalzo seduto. Si tratta di una coppia di neri che mi passano davanti guardandomi incuriositi mentre già sghignazzavano per conto loro. Li saluto facendo il vago. Continuano a salire. Sento che suonano alla porta della pensione, al quarto piano. Scambiano qualche parola con il brasiliano. Poi sento i passi che scendono le scale. "Sono rientrati alla pensione e hanno fatto la spia", penso. "Ma che gliene frega a loro se mi sono messo a dormire sulle scale". I passi si avvicinano, pesanti. Mi preparo a salutare il brasiliano con naturalezza adducendo qualche scusa sugli orari ferroviari. Invece sono i due di colore che scendono. Lui tiene in braccio lei. Cercavano un posto dove stare tranquilli, ma evidentemente alla pensione nemmeno una camera era libera, o cosí gli aveva detto il vecchio. Li saluto di nuovo e mi metto a dormire. Il mio sonno è ora ancora piú leggero e mi tendo, destandomi, ad ogni piccolo rumore. Alle 6.30 mi scuoto e avvolgo il sacco velocemente. È meglio che me ne vada in fretta: questo posto mi potrebbe servire ancora. Sperimento il rintontimento tipico di quando sidorme per terra. Mi ci abituerò. Alle 7.25 prendo il treno per Caiscais, una località balneare da cui si può partire per andare a Cabo da Roca, il punto estremo occidentale d'Europa. Vado alla stazione del Cais do Sodre, bevo e mi lavo i denti ad una fontanella. Sul treno ho tempo di pensare a quanti pochi soldi mi rimangono. Debbo cercarmi delle situazioni per risparmiare il piú possibile. Non posso tornare in Italia adesso, dopo pochissimi giorni. Caiscais è deserta. Arrivo nel giardino nei pressi della stazione. Ho una sete terribile. Scopro una bella fontana, datata 1623 con iscrizioni varie, con tanti puttini, ognuno dei quali manda fuori il suo getto. Mi ci attacco, bevendo lungamente senza sosta. Quando mi fermo un sapore ripugnante di muschio e stantio mi sale alla bocca. È solo allora che mi accorgo delle scritte -invero piuttosto nascoste- che annunciano la non potabilità di quell'acqua. Mi prefiguro già una bella diarrea o qualcosa di peggio. Ho solo una soluzione. Prendo la bottiglietta dell'Amuchina e ne bevo una goccia. Mi sento schifato e risollevato, ritenendo il rimedio sufficiente per il mio stomaco. Non c'è nessuno in giro. Vado intanto a visitare la Boca do Inferno, un anfratto della scogliera che d'inverno quando il mare è molto mosso, risuona cupamente. Ma stamattina il mare È calmissimo. Al ritorno faccio un'altra strada e passo davanti al palazzetto dello sport. Una grande quantità di gente assiepata intorno a molti tavolini con cibi e bevande. Mi avvicino. Hanno tutti un cartellino al petto con sopra scritto il nome e "Testimonjos de la luz". Intanto mi avvicino al bancone e prelevo una gassosa ed una birra analcolica facendo finta di niente. Poi continuo a girare facendo la faccia da curioso, finché‚ qualcuno non invita qualcun altro a spiegarmi di cosa si tratta. È un incontro di Testimoni di Geova. Faccio amicizia con Julio, due ragazze di nome Sara e Carlos. Ci intratteniamo a lungo a parlare, mi faccio spiegare le loro idee. Stando a quanto è scritto sulla Bibbia, loro pensano che sia imminente la fine del mondo, una catastrofe. Credono che Adamo ed Eva siano esistiti storicamente. Mi dicono se voglio intrattenermi, che uno di loro mi tradurrà gli interventi del convegno. Dico loro che per oggi mi basta. Julio è piú amichevole, Carlos è il teologo, il dottrinario. Una Sara è tipo Carlos, l'altra sta zitta. Chiedo loro se è piú importante amare o studiare la Bibbia. Rispondono vagamente. Comunque lo studio della Bibbia si rivela essere la cosa piú importante della loro vita. Gli dico alla fine che mi sembra molto strano, cosí, a naso, che Dio non voglia salvare nemmeno un musulmano, nemmeno un buddista. In verità questa religione mi ha sempre insospettito nel momento in cui ho scoperto che è stata fondata a New York alla fine dell'800. Decido di partire per Cabo da Roca piú tardi. Intanto visito il paese. Vado a visitare la villa dei conti di Castro Guimaraes. L'interno è chiuso. Mi metto a parlare con uno dei custodi. Il figlio, Da Costa, è stato campione di hockey ed ha giocato per sei anni in squadre italiane, a Novara e a Reggio Emilia, oltre a vincere un titolo europeo con la nazionale portoghese. Gli dico con non troppa convinzione che forse tornerò per visitare l'interno della casa. Passo davanti alla fortezza di Ciaac, antica ma ancora usata dall'esercito. Davanti all'ingresso principale c’è una raccolta di pezzi d'artiglieria, un carro armato, una specie di aereo dipinto di rosso su un albero, che pare una scultura surrealista. C’è anche un piccolo monumento di marmo, a ricordo della fondazione della prima unità d'artiglieria antiaerea portoghese. La figura non potrebbe essere piú eloquente: un aereo traforato da un gigantesco missile. Stamattina invece, mentre passavo una tromba stonatissima suonava l'adunata o qualche altra scemenza del genere. Se non servissero ad ammazzare la gente, gli eserciti, in certi loro aspetti, farebbero anche ridere. All'ora di pranzo torno dai Testimoni e mi faccio offrire un panino e una bibita da Julio, che mi pare il pi— assennato. Poi, dopo aver parlato ancora un poco con Carlos e una Sara, mi congedo da loro. La pi— originale idea che hanno espresso è quella circa l'uomo preistorico: secondo loro non è mai esistito. Dicono che l'opinione degli scienziati è controversa. Gli dico: "Ma come? I musei sono pieni di scheletri dei nostri progenitori". Sostengono che non è sicuro, che non esistono fotografie dell'uomo preistorico. L'autobus per Cabo da Roca percorre una strada molto suggestiva, che gradatamente si innalza sul mare, fino a giungere in vista di un mulino e poi di un faro, nei pressi della punta vera e propria. Salendo la china, l'aria diviene irrealmente fredda (a Caiscais si toccavano i trentacinque gradi). Il capo è sconvolgente. Una nebbia densissima avvolge il precipizio di centoquarantaquattro metri, in cui si intravede il mare, mentre alcuni gabbiani talora emergono dal basso per planare e ricadere gi—. Il mare è cupo e lontanissimo nella profondità dell'aria. Alte onde bianche di spuma sbattono contro la roccia e si disintegrano. Poco dietro, una croce di nuda pietra si innalza in cielo. Il vento è molto forte, sembra che ti voglia sbattere giú dagli scogli, e non possiede una direzione ma mille e mutevoli. La nebbia si agita e scorre velocemente. Giunge da ogni lato, da sopra, da sotto, per scomparire subito. È un vento irriverente, folletto e fantasma, che scompiglia i capelli, alza le gonne, porta via i cappelli che la gente insegue. La nebbia si agita e fa strane movenze, poi progressivamente si dilegua e lascia il posto ad una foschia che attornia il sole del pomeriggio in un alone bianco. Sotto si vedono i pescherecci come strani animali che vivono nel plasma lucente di questo mare, come creature livide nell'aria senza consistenza e nella superficie scura dell'elemento acqua. Vi sono turisti che arrivano al parapetto, scattano due fotografie oppure filmano, e se ne vanno, in certi casi dopo essersi affacciati distrattamente per un istante. Il pullman che ci ha portati su, riparte dopo dieci minuti con gli stessi che erano saliti, meno due fancesi e me. Penso di prendere il bus che torna giú alle 18 circa, poi decido di effettuare un sopralluogo nei paraggi per cercare un posto adatto per dormire, magari attaccato a due alberi con l'amaca. Ma anche se mi allontano per centinaia di metri dallo sperone roccioso non trovo nulla che mi piaccia. Piú in là, verso nord, dopo il faro, c'era una pineta, ma già vi stazionavano alcuni camper. Poi le solite straducce meschine, siepi ed alberi bassi. Torno all'estremità rocciosa, osservo nuovamente la croce e la frase di Camoes, che non potrebbe essere piú scontata, incisa in basso ("Qui...finisce la terra e comincia il mare"). Anche qualche altro visitatore ci ride sopra. La colpa però non è soltanto del massimo poeta portoghese, ma anche di chi ha scelto il brano, ritagliandolo da un contesto che spero sia stato piú significativo. La scritta è qualitativamente seconda solo ad una lapide del Rotary Club, che staziona poco piú lontano. Sono circa le 18 quando apro il sacco a pelo in un anfratto un poco riparato del Promontorium Magnum, su una piccolissima spianata di terriccio. Le raffiche di vento arrivano qui meno violentemente. Mi infilo nel sacco e guardo il sole. Nel frattempo, l'osservazione di quel tramonto da un capo che è il punto estremo del Vecchio Occidente, aveva anche acquisito un significato simbolico (sarà stata la fame a farmelo venire in mente): doveva rappresentare ai miei occhi il tramonto dell'Occidente. Ma nella quiete assoluta e deserta di quel luogo tagliato dal vento il mio arzigogolo presto si dissolve. Soltanto il pi— rigido ideologo o politologo o economista indefesso avrebbe potuto ignorare la benedizione della stella pur di mantenere in vita quell'idea un po' stitica. Avrei pensato lo stesso se mi fossi trovato ad osservare il tramonto a Los Angeles, in un angolo bruciacchiato dalla guerriglia urbana, nel paese dell'eterno progresso? Poi ogni pensiero mi abbanda e mi sento leggero. L'alone in cui stava immerso il sole adesso si indora e la luce si dilata fino a comprendere anche me, senza alcuna differenza. Alle 20.45 non ci sono quasi piú visitatori. Assieme a me su questo sperone di roccia battuto dal vento è rimasto soltanto un camper con una famiglia francese. La quiete assoluta scende sulla scogliera. Un gabbiano arriva dal basso, si inarca planando e torna verso il mare. Il guardiano del faro toglie il telo che protegge la lampada e provvede ad una serie di controlli. Poco dopo è buio ed il faro si accende, mentre un pannello interno comincia a girare lentamente attorno alla potente lampada: quattro lampi di uguale lunghezza seguiti da una pausa. Il cielo si accende di stelle, con una Via Lattea nitidissima. Le raffiche del vento non cessano di percuotere il sacco, ma non sento freddo per niente. La forza dell'aria è capace di rendere tutto instabile, anche l'instabilità di un osservatore. (Cabo da Roca, 3/8/1992). Al mattino mi alzo presto, riavvolgo il sacco e comincio a camminare in attesa di un automobile a cui chiedere un passaggio. Mangio more mentre percorro qualche Kilometro e ne riempio la bottiglia di plastica. Arrivo sulla strada principale. Inizialmente mi dispongo in direzione di Sintra, ma passano poche auto e nessuna sembra nemmeno considerarmi. Davanti ad una piccola fattoria coperta dal verde si ferma il furgoncino del pane. Un uomo scende, deposita qualche pagnotta nella sporta che sta appesa al cancello di legno dopo avervi estratto alcune monete e riparte. Poco dopo due bambini si arrampicano sul cancello e portano la borsa alla madre che li chiama. Il tempo passa e nessuno si ferma. Decido di tornare a Caiscais. Attraverso la strada e stendo il braccio con il pollice alzato in posizione tale da poter essere visto anche da lontano. Mi carica un tedesco di Monaco, proprietario del ristorante con il mulino che è molto vicino al capo. Mi domanda se sono tedesco, poi mi spiega come è capitato da queste parti. Ad un certo punto usciamo dal nastro asfaltato e per poco andiamo fuori strada: il signore si è fatto prendere dalla discussione. Gli dico scherzosamente che non è importante se mentre parla non mi guarda. È un tipo simpatico: è venuto in vacanza in Portogallo, ha visito il rudere di un mulino, lo ha comprato e lo ha ristrutturato. A Caiscais trascorro un'ora e mezza al supermercato. Sono diverse le cause di questa lunga permanenza: aria condizionata, presenza di un deposito bagagli e di televisori sintonizzati su gare olimpiche, ricerca minuziosa del cibo pi— economico. Poi pranzo su una panchina della stazione. Decido di fare l'autostop anche per tornare a Lisbona. Attendo a lungo. Mentre stavo rinunciando e mi avviavo nuovamente verso la stazione, pur continuando a insistere mantenendo il pollice alzato, la fortuna mi arride. Una vecchia Mercedes con targa tedesca si ferma. Faccio la conoscenza di un giovane originario del lago di Costanza (anche lui mi domanda se sono tedesco). È un tipo decisamente originale. Da un anno è in vacanza in Portogallo, dove ha speso i soldi risparmiati in quattro anni. Ha lavorato due anni in Malesia, uno in Francia, e ha viaggiato abbastanza. Ora sta per tornare in Germania: ha trovato lavoro in un'azienda di informatica. Ma non smetterà di viaggiare, assicura. Mi lascia alla stazione di Santa Apollonia. Vado al Pantheon a finire i panini. La spesa oggi ha raggiunto uno dei minimi storici: 375 escudos di panini e 50 per un caffé: circa 4500 lire. Faccio un conto di quanto mi resta: un po' di denaro portoghese e duecentomila lire. Continuo a dannarmi per cercare di capire come ho fatto a spendere mezzo milione in Spagna. Il rialzo dei prezzi legato ai Giochi Olimpici e la lentezza con cui ho preso il largo, ossia le spese inoculate per mentenermi, hanno avuto un effetto micidiale. Mi sono informato in stazione per andare a Coimbra. Il biglietto costa 1080 escudos. Ma c'è qualcosa che non mi torna. Com'È possibile che per arrivare a Badajoz, prima città spagnola sulla linea Lisbona-Madrid a pochi chilometri dal confine con il Portogallo, il biglietto costa piú di duemila escudos, mentre per Coimbra, costa quasi la metà, mentre la distanza è praticamente la stessa? Lo scoprirò qualche giorno dopo. Il mio delicato equilibrio si altera ripensando anche a quanto mi ha fatto pagare il bigliettaio da Marvao a Lisbona. E non mi ha lasciato nemmeno una ricevuta. Alle tre di mattina sono stato una facile preda. Una cosa tira l'altra. Entro decisamente nel vortice della recriminazione per aver creduto a quel fottuto librettino denominato "International Student Travel Guide 1992" che assicurava l'esistenza di sconti fino al 50% sui "domestic trains" (e fino al 20% sui "domestic buses") per i possessori della International Student Identity Card. L'esecrabile opuscoletto riferiva anche di sconti fino al 50% sulle tariffe ferroviarie di tremila destinazioni internazionali. L'unica informazione veritiera riferita sotto la voce "Portugal" era che con la tessera si poteva ottenere l'ingresso gratuito a musei e luoghi d'interesse storico ed archeologico. La scarsa disponibilità di capitali e la totale inaffidabilità degli enti di turismo giovanile -e finanche la ristrutturazione dell'ostello di Lisbona (proprio d'estate dovevano fare i lavori!), il superamento della soglia fatale del ventiseiesimo anno d'età- mi stavano sospingendo, dopo l'incazzatura, verso modi di viaggiare piú economici ed indipendenti, benché molto aleatori. I due passaggi ottenuti da Cabo da Roca a Lisbona avevano finito con l'accendere in me una tiepida speranza: quella di poter continuare a viaggiare in Portogallo con l'autostop. D'altra parte, mi dicevo, sono stato raccolto da due tedeschi che forse avevano creduto di trovarsi davanti ad un loro connazionale. Nelle lunghe attese in parte alla strada non mi era sembrato di cogliere negli automobilisti portoghesi i segni di una grande disponibilità e consuetudine nel concedere passaggi. Infatti solo raramente qualcuno mi faceva cenno che avrebbe voltato poco oltre, oppure, se l'auto era piena, allargava le braccia segnalandomi il suo rammarico. Piú spesso le auto sfrecciavano senza curarsi minimamente del pollice levato e talora chi accompagnava il guidatore si sporgeva guardandomi a lungo come uno strano animale, un reperto archeologico, una figura romantica ma sicuramente poco profumata, la quale fa piú colpo in qualche novella che su una strada. In alcuni casi registravo addirittura evidenti segni di scherno od ostilità. Ma questi mi parevano talmente smisurati rispetto alla mia innocua presenza sulla strada, che li attribuii senz'altro a qualche problema psicologico di chi tali segni mi indirizzava. Ovviamente non sempre prendevo la cosa con filosofia. In certi casi rispondevo. Soprattutto mi alterarono due stronzi che mi fecero il segno del pollice in basso. Risposi con un altro dito, il medio, o con le corna. Per completare il catalogo delle reazioni di un automobilista, considerando anche quelli che incontrai successivamente, bisogna aggiungere il voltare il capo dalla parte opposta a quella in cui si trova colui che richiede un passaggio, come a dire "Eh, mi dispiace ma non t'ho visto", frequente tra le donne, e per finire l'atteggiamento incazzato-indifferente, caratteristico dei contadini. (Lisbona, giardinetti, 3/8/1992). È tardo pomeriggio. Mi siedo su una panchina dopo aver girato a lungo per la città ed aver visitato nuovamente l'Alfama, in attesa del buio. Questo posto mi sembra il piú adatto per dormire. Ci sono panchine abbastanza larghe anche se un po' corte, un oleandro che mimetizza abbastanza bene la panchina, una fontanella e una discreta calma. Inoltre non mi sembra di aver visto troppe facce da delinquenti, anche se la cosa È abbastanza relativa. Ad un certo punto passa Marco, il preside incontrato sul treno all'andata. Non era venuto all'appuntamento con i marchigiani. Si era storto una caviglia, ma continuava a camminare, anche per vedere se si fosse rigonfiata o meno: nel primo caso sarebbe ripartito per l'Italia. Mi racconta che non è potuto venire all'appuntamento per vari ritardi e che le prime due notti era finito in uno dei classiche pensioni-bordello, dove aveva sí risparmiato qualche escudo, ma non si era nemmeno potuto lavare. Gli dico che se ripassa piú tardi ci vedremo, perché staziono lí. Penso che non ripasserà, e cosí sarà. Mi sembra troppo impegnato a rincorrere qualche fantasma, anche se sono piuttosto stanco per rappresentare una fonte obiettiva. Ricordandomi che giorno è, penso che dovrò adottare un regime d'emergenza se voglio resistere fino al 10, data di un fatidico appuntamento con alcuni amici, Ricky, "Mastino" e Pino. Ci siamo dati questa scadenza intorno al 20 luglio, poi loro sono partiti in treno con Stefania, Valerio e Flavio per un giro in Olanda, Gran Bretagna, Irlanda, Francia e altro ancora, in Inter rail beati loro. Per sicurezza, oltre all'appuntamento principale (Lisbona, 10 agosto alle ore 12 davanti alla S‚) ce ne siamo dati alcuni di riserva: (7 agosto a Madrid, davanti allo stadio Santiago Bernabeu, 10 agosto ore 20 e 11 agosto ore 12 sempre davanti alla S‚). Debbo assolutamente pisciare. Non vorrei compromettere il mio soggiorno in questo giardinetto, né tantomeno soffocare il lieve aroma floreale. Per cui rimango in attesa. Assisto poco dopo a una triste scena in cui due genitori litigano tra loro (è soprattutto il padre a gridare) in presenza del figlio che si finge pazzo, o lo è davvero, palesando un'acuta nevrastenia. Il padre del bambino indossa una tuta da ginnastica acetata e fuma nervosamente, la madre ha una canottiera e un paio di jeans. Il bambino si rifiuta di camminare piangendo e gridando sempre la stessa frase. Ad un certo punto il signore, mentre sta strillando alla moglie, trascurando completamente il bambino, mi addita, tirandomi in ballo forse per qualche paragone od esemplificazione, o addirittura per invitare la donna a trovarsi uno come me, al posto suo. Effettivamente non debbo fare una bella impressione, soprattutto per via dei capelli da lavare e degli abiti non certo alla moda. Ma ciò che mi impressiona è soprattutto il modo in cui trattano il bimbo, che finisce tirato via dalla madre, al seguito dell'uomo, a una quindicina di metri. Decido di pisciare. Alle 22 entro nel sacco e mi addormento. (Lisbona, giardinetti, 4/8/92). Mi sveglio alle 6.30. Anche se continuo a prendere nota degli orari, quello che mi piace di piú di questo viaggio è l'assoluta insignificanza del parametro temporale. Cammino, prendo un caffé e poi la metro. Scendo a una fermata prossima all'Università. Cammino lungamente. Sono stanco, ho fame e pochi soldi. Ancora cammino. Oggi ho un attacco di ottimismo. Voglio fare l'autostop e arrivare a Coimbra. Mi dispongo e attendo pazientemente lungo diversi svincoli, poi sull'autostrada stessa. Mi ripasso il non esteso catalogo delle reazioni dei guidatori a chi chiede un passaggio. Aspetto e non succede niente. Ci vorrebbe un altro tedesco. Scendo dall'autostrada capendo che se qualcuno si fosse davvero fermato ci sarebbe stato un terribile tamponamento a catena. Ma, d'altra parte, quando avevo chiesto un passaggio in prossimità degli imbocchi non avevo ottenuto alcun risultato. Mi trovo nella classica zona di periferia. Ci sono baracche, orticelli, galline, sporcizia. Il luogo in certi aspetti ricorda, in peggio, la Magliana. Mancano soltanto i binari pisciati e scacazzati del treno. Vado verso la Biblioteca Nazionale per vedere com’è fatta e per spulciare qualche libro. Sfoglio un volume delle "World Bibliographical Series", il numero 61 della collana, quello relativo all'Oceano Atlantico. Apro anche il cassetto dove è contenuto l'elenco delle opere di Pessoa. Prima, nell'atrio, avevo sfogliato un volume iconografico sul suo conto. Il poeta ha scritto versi in portoghese, inglese, francese, latino, molti articoli d'economia e altro. Ha tradotto inoltre testi di teosofia. In vita pubblicò pochissimi libri, ma molti articoli su periodici. I miei rapporti con il signor Persona in quel momento non procedettero oltre. Invece quel verso del suo Fausto, che avevo casualmente letto prima di partire, riecheggiava spesso nella mia memoria: "Tudo que vemos‚ outra cousa". Mi capitava di ripeterlo mentalmente, specie mentre visitavo quelli che potremo definire i "luoghi interessanti", o mentre mi fermavo ad ammirare qualche “angolo caratteristico”. Ovviamente anche in questa biblioteca nazionale hanno un archivio elettronico: nell'àmbito della CEE credo che manchi solo alla Grecia, oltre che, naturalmente, a Roma. Vado verso il centro. Sopra un muro di periferia, di fronte al bar in cui mi fermo leggo una scritta: O MEDO DE SER LIVRE PROVOCA O ORGULHO DE SER ESCRAVO (la paura di essere libero provoca l'orgoglio di essere schiavo) Penso ai militari e ai morti sui campi di battaglia, alla fierezza dei Giapponesi di lavorare per una data industria, fino alla morte per superlavoro, a chi del proprio vizio o difetto mentale fa una bandiera. E penso a me. Poi lascio perdere. D'altra parte quando ci si trova in condizioni, diciamo, di necessità, non si ha nemmeno troppa voglia di lanciarsi in interpretazioni troppo approfondite. Continuo a camminare pensando che non sono andato fino in fondo nel mio tentativo di ottenere un passaggio per Coimbra. Ma continuando a camminare verso la periferia cosa avrei ottenuto? D'altra parte, come sempre, ho tutto il bagaglio con me. Mi potrei fermare a dormire in qualsiasi luogo. L'impossibilità di ricevere un passaggio per risparmiare un po' di soldi limita fortemente le mie possibilità. Per viaggiare in treno non dovrei mangiare! Ma forse avrei dovuto insistere ancora, forse avevo sbagliato tattica, luogo e tempo. O forse avrei trovato un piccolo passaggio solo dopo lunghissime attese. Del resto in Italia da molto tempo non si vedevano pi— autostoppisti. La scritta "No autostop" affissa all'entrata delle autostrade sembrava soltanto un relitto di tempi remotissimi. Continuo a camminare. A lato di una strada di queste periferie scorgo una cassetta della frutta con davanti un mucchio di cicche spente: il posto di lavoro della prostituta. Verso mezzogiorno arrivo al parco dove si trova la fondazione Calouste Gubelkian. Bevo e mi lavo nel parco, che è ordinatissimo e sorvegliato attentamente da alcuni vigilantes. Del museo mi rimangono impressi i Turner, certi cieli fiamminghi in grigio-azzurro e le opere impressioniste, mentre mi altera, come di consueto, la sola vista da lontano dei soliti ritratti settecenteschi di principi e contessine. Anche gli oggetti d'arte islamica sono interessanti, specie certi vasi di vetro del XIV secolo. Anche i bagni sono un capolavoro: interamente rivestiti di marmo, hanno addirittura il bidet. Penso a come andare a Coimbra: fare il biglietto soltanto fino a un certo punto, per poi proseguire fino alla fine. Stremato arrivo, sempre camminando, al museo d'arte antica. Oggi credo di aver percorso a piedi 12 o 13 chilometri. Visito sommariamente il museo, perché ormai sta chiudendo, con il proposito di tornare all’indomani. Ho scoperto sulla piantina della città il parco forestale di Montsanto. Sembra un buon posto per andare a dormire, anche se i grandi parchi urbani sono spesso teatro di alcune delle piú deprecabili attività umane (spaccio di droga, prostituzione, regolamento di conti). Comincio a salire per la collina, dopo aver attraversato una zona molto popolare, ma caratteristica. Non riesco subito a trovare l'entrata del Montsanto, perché per un certo tratto è circondato da case e muri. Alla fine trovo una strada asfaltata che percorre l'interno del parco. Vi sono alcuni lavori in corso. Ad un lato vedo la Morte. Sta seduta tranquillamente su una cassetta in attesa. Ha gli occhi scavati e fissi e il viso scarno è messo ancora piú in risalto dal trucco pesante. Mi inoltro per un tratto nella boscaglia. Attraverso una di quelle zone dove in terra ci sono soltanto fazzoletti di carta e qualche preservativo. Speriamo che tutto il parco non sia cosí, altrimenti dovrò dormire su un albero. Vorrei fermarmi in prossimità del campeggio, dove spero di trovare acqua, ma arrivo in uno spiazzo dove c'è una fontanella. Oltre la piazzetta c'è un edificio bianco dove si trova un ristorante. Dietro c’è una grande vasca a forma di anfiteatro con pesci e cigni. Se con le spalle all'edificio bianco del ristorante si prende a destra si arriva ad un bel punto panoramico. Ci sono delle belle panchine, ma non è un posto trafficato, per cui la mia presenza potrebbe essere ritenuta troppo anomala. Ad un certo punto passano un paio di tossicodipendenti, per cui capisco che il luogo non È esente da traffici di vario genere. Per stare tranquillo mi devo occultare totalmente. Mi addentro nel bosco di pini. Mi apposto nei pressi di una strada sterrata. Vedo qualcuno in lontananza che cammina, altri mi passano davanti facendo footing. Quando già comincia a fare buio qualcuno sfreccia su una moto da cross. Dopo vari tentativi, trovo un posto adatto. Attacco l'amaca tra un cipresso che mi mimetizza abbastanza bene ed un alberello un po' gracile ma che credo reggerà. In un parco curato non si trovano troppi alberi vicini. Cumuli di legna e fascine tagliate di fresco sono accatastate da ogni parte. Scende un silenzio assoluto, se si eccettua il flusso continuo e tenue dei veicoli sull'autostrada per Caiscais, poco lontana, interrotto sotanto da un paio di brusche frenate, che mi fanno sobbalzare. Ad un certo punto vedo qualcuno che cammina poco lontano, ma egli non mi vede. Impreco, sperando che di notte nessuno mi venga a camminare vicino. Quando il buio è intenso da far sembrare tutto grigio, attacco l'amaca e srotolo il sacco a pelo. Appendo lo zaino e la borsa dentro il cipresso. Pongo a portata di mano un bastone di un certo peso, per ogni evenienza. Il terreno mi dovrebbe aiutare a sentire qualcuno che si avvicinasse. D'altra parte d'estate c'È pericolo di incendi, che spesso sono di natura dolosa. Al telegiornale della sera gli speakers meno sorridenti godrebbero nel riferire qualche brutta notizia su "un giovane turista italiano incautamente fermatosi...". Da lí tutti i corollari: "Vedi cosa succede ad andare in giro come uno zingaro", etc. Mi addormento consolato dal ricordo di Ted Simon, colui che negli anni Settanta fece il giro del mondo in motocicletta e che dormí spesso all'aperto, anche nei luoghi piú inospitali, senza aver avuto mai alcun problema. (Lisbona, parco di Montsanto, 5/8/1992). Alle 6.30 mi alzo, avvolgo il sacco e stacco l'amaca dagli alberi. È andato tutto bene, salvo che la distanza tra i due alberi era poca, per cui la testa mi è rimasta un po' troppo sollevata. Rimpiango il contatto rilassante con la terra. Mi lavo nella piazzetta. Lascio il parco: qualcuno poi mi dirà che è un luogo pericolosissimo. Attraverso una zona di case popolari bianche e scrostate di quattro o sei piani. Pur essendo le 7.20 la gente è in strada seduta tranquillamente a parlare, come se fosse sera o tardo pomeriggio. Per terra pezzi di mattonelle e terriccio; intorno tutto il resto delle periferie compresi i cagnetti abbandonati. Piú in basso, nei pressi di uno spiazzo vi sono delle case di tipo agricolo, piante, galline ed una roulotte bianca con un grosso adesivo di Diego Armando Maradona. La gente scende a prendere l'autobus nella piazza antistante il Palacio National da Ajuda. È questo una ex-residenza reale cominciata nel '800 e lasciata incompiuta. Il suo isolamento da qualsiasi altra costruzione la fa sembrare ancora piú grande. Al centro della piazza c'è una statua di Carlo I, vicino c'è una torre e dietro si apre un grande spiazzo asfaltato. Qui il caffÈ costa soltanto quarantacinque escudos contro i sessanta del centro. Farò bene a restare da queste parti, penso. Ma a fare che? Mi restano mille escudos, oltre ai soldi per tornare in Spagna. Dato che l'autostop, a meno di incontrare automobilisti tedeschi, non funziona, non mi resta che aspettare il 10, data dell'appuntamento con i miei amici, a Caiscais: far la spesa al supermercato. Non è che lo sia molto divertente, a parte la vista di qualche bella ragazza. Oppure potrei vagare per il Montsanto come un tarzan in attesa dell'appuntamento. Oppure andare a Coimbra e di lí a Madrid, dove dovrei arrivare il 7. Ma la cosa equivarrebbe ad una ritirata. Ho portato pochi soldi? Bene, voglio vivere fino in fondo le conseguenze di questo errore. D'altra parte, come ho già detto e come mi ripetevo spesso, avevo fatto parecchie spese inoculate, pensando che tanto i soldi che avevo con me sarebbero bastati. Debbo passare altri cinque giorni fermo qui. Temo di annoiarmi. Nella piazza passa una donna anziana vestita di nero con il capo coperto, le gonne lunghe ed i sandali. Salta atleticamente su un taxi e dice ad alta voce dove deve andare. Una volta questo era il vestito tradizionale, che si è conservato in questo brandello di periferia dimenticata e isolata dalla città. Egli (cioé io) bevve ad una fonte di acqua sorgiva e dipoi passò nel gran palazzo, lo osservò e ne uscí. Tornando indietro, in direzione della facciata principale, scorse nel passaggio dal cortile centrale all'atrio, le statue dell'"Amor de Virtute" e dell'"Amor da Patria". La prima dispensava corone (agli eroi evidentemente), l'altra sfoderava la spada (contro il nemico ovviamente, a rischio della morte): per arrivare ad una tale semplificazione, all'ovvietà di raffigurazioni (siamo nell'Ottocento), bisogna non crederci piú tanto. E menomale. Scendendo la Calçada de Ajuda, che arriva gi— fino al mare, in una traversa sulla sinistra, incontro un mercatino. Vi erano molti contadini. Ognuno aveva poche cose da vendere: chi un cesto di uova, chi un po' d'insalata, altri vestiti usati. Donne con il volto cotto dal sole. Mi bevo un uovo fresco continuando a scendere la strada. Sulla destra trovo il giardino botanico. Anche se è chiuso il custode mi lascia affacciare un attimo. Il rigoroso taglio delle siepi e la perfetta simmetria sono interrotte da qualche albero fiorito. Vi sono alcuni pavoni e due gattini lisciatissimi. Il convento di Belem è un'opera tardo-gotica in stile manuelino, ma sembra già barocca. La chiesa si regge su pochi pilastri e su una ingegnosa ragnatela di nervature, volutamente asimmetrica, che si incanala e si scarica su di essi. Il soffitto assomiglia cosí alle cupole geodetiche progettate da Buckminster Fuller nel XX secolo. Le simmetrie e le asimmetrie sono calcolate accuratamente in questa chiesa, i sensi di spinta sono equilibrati: forse persino certe piccole decorazioni hanno un'utilità strutturale. È strabiliante come i turisti entrino nel chiostro con la telecamera accesa o scattino foto che non guarderanno mai e poi se ne vadano senza fermarsi ad osservare. Come dire "e anche questa è archiviata, possiamo andare", lieti di aver catturato la loro icona su pellicola o nastro magnetico. È inevitabile che il linguaggio delle cattedrali sfugga loro. Nel chiostro c’è anche un brutto blocco di marmo dedicato a Pessoa, che riporta qualche frase di suoi alter-ego (Alberto Caeiro, Ricardo Reis e Alvaro de Campos). Pochi scrittori, forse i meno interessanti pensarono in vita che le loro opere avrebbero assunto un giorno l'odore mefitico delle accademie. Arrivo nei pressi del Museo di Arte Antica. Mi abbevero a una fonte. Tre bergamaschi mi si avvicnano. Uno di loro mi dice:"Hei amico, hai mica del fumo da vendere? ". Gli sghignazzo in faccia:" Ma quale amico! Ma n'ndo annate!". Ometto alcune osservazioni circa la visita al museo, ricordando solo che vi è esposto il celebre quadro di Hieronimus Bosch, Le tentazioni di Sant'Antonio, che richiede una vera e propria lettura. Infatti l'occhio non vaga come davanti ad un quadro, ma si sofferma come quando ci troviamo di fronte ad un libro: vi sono piccole ed innumerevoli figure da interpretare.

    Caiscais-Sintra-Lisbona

    Prima di andare a Caiscais passo alla stazione Santa Apollonia, dove scopro la grande fregatura dei biglietti internazionali: infatti per andare da Lisbona a Badajoz, prima città spagnola sulla linea Lisbona-Madrid, il biglietto costa 2354 escudos, mentre per andare a Elvas, ultima città portoghese prima della Spagna, costa 1225. Passerò il confine a piedi. Guadagno cosí un po' di soldi alla causa alimentare. Decido di andare a Caiscais. Vado -sto come sempre camminando e con tutto il bagaglio appresso- alla stazione Cais do Sodre. Alle 17.10 prendo il treno, che viaggia con le porte aperte. Non vedo l'ora di lavarmi. Alle 20.45 sono sdraiato sugli scogli di Caiscais. Ho fatto la spesa (quattro panini e bottiglia d'acqua per 260 escudos) rimanendo un'ora e mezza nel supermercato, a godermi il fresco e le Olimpiadi in televisione. Dallo scoglio vedo passare i pescherecci. Il mare e il cielo sono dominati dalla luna al primo quarto. Il sole è tramontato da poco. Mi trovo in un posto difficilmente raggiungibile, soprattutto al buio, con baratri di una quindicina di metri e vari salti che richiedono attenzione. Poco prima avevo visto il classico guardone spiare una coppietta. Sbalordisce il ricorrere di alcuni connotati fisici in tali soggetti: pancia, sigaretta, calvizie incipiente e riporto, movimenti lenti, sguardo puntato per lungo tempo nello stesso punto con qualche rotazione non solo del capo, ma dell'intero busto. Potrò dormire tranquillo, anche se ci sono alcune punte di roccia, che cerco di coprire con i vestiti, prima di stenderci sopra il sacco a pelo. Annotta. Due barche davanti a me accendono le lampare. Il faro sulla destra pulsa di luce rossa. (Caiscais, scogli, 6/8/1992). Mi sveglio alle 6.30 dopo aver guardato qualche volta le stelle nella notte ed aver visto sparire la luna. L'ultima barca se ne va ed il mare rimane vuoto. Ho la schiena un po' indolenzita, ma è soprattutto la gamba ad aver dormito male, per via di uno spunzone di scoglio. Mi vado a fare il bagno in una spiaggetta: l'acqua è gelida. Lavo i panni. Un'anziana signora mi augura buon viaggio. Piú tardi vado in spiaggia e prendo un po' di sole convenzionale. Ai giardinetti, dove c'è la fonte d'acqua fetida con i puttini sputacchianti, scopro un bagno pubblico, mi lavo i capelli e trovo anche una fontanella d'acqua potabile. Ancora supermercato, ancora Olimpiadi per televisione. Scopro un manifesto di una corrida portoghese, "Corrida de amizade luso-brasileira". Qui il toro non viene ucciso. Il torero si aggrappa alla testa di lui, che però ha le corna tagliate, e compie manovre che non ho avuto modo di approfondire, dato che non sono andato a vederla. Il torero si ammacca un po' lo stomaco ma non corre pericoli seri. Il toro esce sano e salvo dalla piazza addirittura scortato da una processione di mucche. Nel pomeriggio scorgo qualche nuvola in cielo. Vado a visitare la casa dei conti di Castro Guimaraes, dove reincontro Antonio, il custode con cui mi fermai a parlare e con cui scambio qualche parola anche adesso. La sera mentre sono sugli scogli sento alzarsi il vento. Un peschereccio si allontana. Comincio a temere che pioverà (in tal caso mi bagnerei completamente, i ripari sono lontani). Raduno le mie cose. Poi non succede niente e mi metto a dormire. (Caiscais, scogli, 7/8/1992). Mi sveglio alle 8: le punte di roccia non mi hanno dato tregua. La prima notte avrò anche avuto un piacevole effetto "Sturm und Drang", ma ora comincio ad avere la schiena indolenzita. Vado a vedere cosa succede al raduno dei Testimoni di Geova. Chiedo di Julio ad un ragazzo, ma mi spiegano che si tratta di un altro gruppo. Allora posso provare a mettermi in fila per qualcosa da bere, senza approfittare dell'amicizia di qualcuno. Ma mi beccano subito e mi spiegano che il bar è da un'altra parte. Non insisto. Avrei potuto. Effettivamente non sono proprio mimetizzato: ho una camicia rossa lercia, un paio di pantaloncini jeans, sandali, capelli e barba lunghi e abbastanza disordinati. Invece i Testimoni vestono tutti elegantemente, oltre ad avere addosso un cartellino di riconoscimento. Oggi è una giornata nuvolosa e fredda. Sono preoccupato per la prossima notte. Non mi resta che andare al supermercato a vedere le Olimpiadi. Comincia ad aggredirmi la noia: invece proprio stamattina il viaggio comincia a dare qualche frutto saporito. Scopro un banchetto che offre yoghurt, come prova assaggio: me ne mangio due. Parlo con l'addetta: si chiama Adriana ed è di Rio Grande, la città pi— meridionale del Brasile, ai confini con l'Uruguay. È venuta in Portogallo con marito e genitori. Mi dice che il supermercato è pieno di brasiliani. Allontanandomi un po' per non dare nell'occhio, cammino un po' tra gli scaffali ed incontro quattro ragazze napoletane: Margherita, Orsola, Maria e Marinella. Parliamo un po', poi quando già sono tornato a vedere le Olimpiadi, mi corrono dietro e mi invitano a cena. Torno da Adriana mi spolvero qualche altro yoghurt, poi anche lei mi invita a pranzo. Dice che in Brasile È normale. Inoltre anche lei ha viaggiato in autostop nel suo paese assieme al marito. Faccio la conoscenza anche di un suo amico di Buenos Aires, Antonio, chitarrista e cantante, che si guadagna da vivere suonando salsa nei locali, e di Claudia, una ragazza di Rio de Janeiro. Ci diamo appuntamento per l'una meno un quarto davanti agli yoghurt. Lascio il mio bagaglio all'apposito bancone: lo ritirerò soltanto a mezzanotte (tanto il supermercato È aperto 24 ore). Do anche un'occhiata ai titoli dei giornali italiani e vado ai giardinetti. Mi sento un po' lo zio Paperone a fare questa vita, ma quello che m'interessa È stabilire rapporti umani durante il viaggio. Vestirsi male, dormire dove càpita, avere pochi soldi, mi appaiono soltanto come conseguenze di un modo di viaggiare che offra incontri, contatti profondi con le persone ed i luoghi. Entrando in un grande albergo o viaggiando su un aereo starei piú comodo, ma avrei minori possibilità di apporofondimento. Invece qui vado a casa di Adriana, conosco il marito che suona la chitarra e mi fa sentire Chico Buarque de Hollanda e Caetano; mi fa conscere il padre, occhi chiari e capelli lunghi raccolti in una coda, a cui non ebbi il coraggio di chiedere quale mestiere esercitasse (era oceanografo; altro incontro straordinario: con la mia deficienza); e la madre, che ha la dolcezza tipica dei brasiliani. La casa è semplice, il modo di fare della famiglia amabile. Mangiare un piatto caldo di patate e pollo mi sembra impossibile. Se alcuni dei piú boriosi detentori del potere fossero invitati a intraprendere una vacanza come questa, forse migliorerebbero un poco. Chi ha difficoltà nello stabilire i rapporti umani, sospinto dall'urgenza del mangiare, imparerebbe qualcosa. Dormire su una panchina amplia la fiducia che abbiamo negli altri. Ma deve essere una libera scelta. Forse però si tratta di una nobilitazione ingiustificata e gratuita di questo viaggio, una fantasia da stanchezza. Non bisogna vergognarsi di viaggiare cosí, con tutti gli sprechi che si vedono in giro. Gironzolo annoiandomi fino a sera. Nel pomeriggio incontro Georg, uno scenografo di Berlino Est, a cui stappo una bottiglia di vinho verde. Parliamo un po' sul lungomare. Lavora per uno dei tanti teatri esistenti a Berlino, che propone i classici riletti in chiave moderna, soprattutto ricollegandoli alla delicata situazione storica che sta attraversando la ex-Germania Est dopo la caduta del muro. Dice che guadagna il 17% in meno rispetto ad un suo omologo dell'ex-Berlino Ovest, anche se i prezzi sono poi gli stessi. Le cose stanno cambiando, afferma, ma l'entusiasmo iniziale con cui gli abitanti della parte orientale si riversavano per le strade della parte est, si È placato. È subentrata insomma la fase di normalizzazione. Georg fabbrica oggetti di scena, ma vuole sfruttare questo momento in cui gli orizzonti sono un po' piú aperti per trovare un posto di scenografo vero e proprio. Vado alla stazione ferroviaria dove ho appuntamento con le ragazze napoletane. Andiamo a mangiare. Riaccompagno le ragazze in albergo. Casualmente passo davanti a casa di Adriana. E stata davvero gentile oggi, anche per gli otto yoghurt che mi ha offerto al supermercato. A mezzanotte vado al supermercato a ritirare i bagagli. Passo per i giardinetti: le boccucce della fontana seicentesca non potabile a quest'ora tacciono. Nessuno si potrà sbagliare bevendo questa terribile acqua. Oggi ho speso 44 escudos per un piccolo block notes e duecentoquattro per un melenso dolce al cioccolato dall'aria tanto accattivante. Il tempo È nuvoloso e fa freddo. A tratti scende anche qualche goccia. Con questo buio non potrei andare sugli scogli in ogni caso. Comunque debbo piazzarmi in vista di qualche riparo. Vado a sistemarmi sotto le mura della fortezza. C'È traffico e stento a prendere sonno. Al mattino il soldato di guardia ha vuotato da sopra le mura il suo pitale sulla strada. Poi evidentemente il coglione mi ha visto e ha tirato una manciata di qualcosa che ha risuonato sulle foglie degli alberi, ma non mi ha colpito. Ho fissato a lungo la muraglia in attesa di vederlo apparire e per dirgli qualche cosa, ma il soldato non si è affacciato. Le giornate stanno passando tutte diverse. Non mi muovo, ma è come se stessi intensamente viaggiando. Anche il clima ha bruschi mutamenti, incontro sempre persone diverse. Domani probabilmente andrò a Sintra. Al mare vi sono molte donne che prendono il sole a seno scoerto. A parte due ragazze che avrebbero potuto prendere la medaglia d'oro per un'eventuale "Miss seno 1992", a causa della soezza del tutto e della bella forma del capezzolo, altre avevano poco da esibire. In talune la zona era addirittura cadente, ineistente o rinsecchita: l'esposizione ai raggi solari diveniva quasi una sfida contro il destino. Alla fine È diventata una curiosità zoologica guardare i seni e compararli tra loro. Ad un certo punto una signora in topless mi fissa lungamente, ma ha la faccia da puttana. Direi che piú che cercare un accompagnatore, la signora cerchi lavoro. Come di consueto questa mattina sono andato al supermercato a vedere le Olimpiadi. Ho fatto colazione con quattro yoghurt offertimi da Adriana, sotto le mentite spoglie di un assaggiatore intenzionato a comprare un paio di confezioni da quattro: ma non ne avevo la faccia né l'abito. Infatti un controllore riccio passa piú volte in prossimità del bancone. Non si sta facendo minimamente i cavoli suoi, anche perché‚ Adriana lavora per la ditta esterna. Ma evidentemente per motivi di "ordine interno" il riccio provvede a domandare qualcosa alla brasiliana. Quando ripasso dalle sue parti scorgo qualcuno della sorveglianza. Allora decido di uscire, dopo aver acquistato i soliti panini integrali da 42 escudos ed una tavoletta di cioccolato, tanto per variare il menú. Spero che il fatto di avermi generosamente offerto qualche yoghurt non la danneggi. Alle 18, quando finisce di lavorare, aspetto la ragazza nei pressi dell'entrata del supermercato. Mi preoccupa piú che altro il fatto che possa avere problemi di lavoro. La scorgo assieme ad un'amica, mentre questa le mostra un vestito indiano. Dice che non potrà darmi piú lo yoghurt. Le dico che la cosa non ha alcuna importanza; le chiedo se piuttosto ha avuto qualche problema con i superiori. Risponde di no. Sembra avere un'aria spaventata: probabilmente è rimasta sorpresa dal richiamo. Salutandola con la promessa di scriverle, mi rendo conto anche della mia mancanza di cautela nello stazionare nei pressi del suo banco, fidandomi troppo del suo modo di fare, che alla fine ho scoperto essere generosamente imprudente. Mi ricordo che ha soltanto ventun'anni. Avrei dovuto mostrare chiaramente di pretendere gli yoghurt, piuttosto che lasciare che lei me li offrisse, in tal modo non avrebbe avuto alcun problema. Incamero un'altra lezione. Di Caiscais ho visitato tutto quello che viene riportato dalla guida del Touring, meno l'Assuncao. Andare a vedere questa chiesa diventa un imperativo turistico, visto che in questo paese ho passato quattro giorni e con molta probabilità non vi metterò piú piede. Quando arrivo è appena terminata la celebrazione di un matrimonio tra un'americana ed un portoghese. Scorgo i libretti della messa con i nomi degli sposi. Officiava un certo padre O'Brian: mi sembra il tipico nome del prete anglosassone. L'addetta alle pulizie gentilmente mi lascia entrare, anche se la chiesa È chiusa. Poi mi metto al sole seduto su una panchina. Il vento rinfresca l'aria. Vado a dormire sempre al solito posto, sugli scogli. Questa volta però sono stufo delle punte di roccia. Prendo un sasso e le rompo, per quanto posso. Sto piú comodo, anche se avrei potuto fare di piú con un martello. Questa sera non ci sono pescherecci, probabilmente perch‚ È sabato. Ne passa soltanto uno, piuttosto grande, verso le 21.30. Una nave arancione È ancorata a largo. Il resto del tempo e il mare sono quiete totale. (Caiscais, scogli, domenica 9/8/1992). Mi sveglio verso le 8. Decido di passare ancora una volta al palazzetto dello sport, dove, come in ogni week end, c'è un qualche affollato raduno dei Testimoni di Geova, per vedere di incontrare quelli di mia conoscenza. Mentre camminavo sono aggredito da una fissazione: quella di trovare dei soldi per terra. La cosa già mi era successa la sera precedente. Cammino guardando per terra. Il gruppo dei Testimoni era un altro. Stavolta non ho nemmeno provato a chiedere un cappuccino. Dico a me stesso che non ne ho il coraggio solo in base all'esito negativo del precedente tentativo. Alle 9.15 prendo da un lato della stazione ferroviaria l'autobus per andare a Sintra. Non ho pagato il biglietto, ma ho fatto la scena di timbrarlo. Tenevo quello buono davanti ed uno vecchio dietro, che ho fatto scivolare nell'obliteratrice. Fortunatamente l'autista, che funge anche da bigliettaio è sceso, specie per quello che scoprirò al ritorno. Leggendo le tariffe mi accorgo che l'autista dell'autobus per Cabo da Roca s’è fatto pagare ottanta pesos in piú. Se mi beccano dirò che il loro collega mi ha fregato. Ma va tutto bene. In tasca mi ritrovo mille escudos in piú di quanti avevo pensato di averne dal 4 in poi. Ma oggi spendo soltanto cento escudos per due caffé: la spesa è soltanto uno degli aspetti secondari di una giornata straordinaria. Anche ieri avevo cercato di andare a Sintra ma, visto che non volevo pagare il biglietto, ho desistito a causa della presenza di un tizio con un borsello che mi aveva fissato a lungo e poi aveva salutato l'autista. Questa mattina c'È meno gente. La disperazione per la carenza di soldi mi rende anche piú estroverso. Avevo ancora il biglietto per Cabo da Roca, che non avevo timbrato. Introduco nell'obliteratrice il biglietto valido ed uno già annullato. Poi faccio scorrere dietro al nuovo il biglietto vecchio, riannullandolo. Estraggo infine i due titoli di viaggio, nella sicurezza che tutti gli occupanti dell'autobus abbiano ben udito il suono della macchinetta. In caso di controllo dirò che non sapevo si dovesse annullare o qualcosa del genere. Maldestramente introduco il biglietto già annullato dal lato sbagliato, per cui la macchina non scatta. Allora con mossa lesta (per fortuna l'autista che funge anche da controllore è sceso) lo giro. Quanto fossi fortunato a salire sull'autobus mentre l'autista scendeva lo capii a Sintra, quando cercai di prendere il bus con il biglietto ancora buono. L'autista disse che valevano soltanto i biglietti che si vendevano sull'autobus, l'obliterazione era praticamente facoltativa. Prima di parlare di ciò che avvenne dopo, mi soffermerò brevemente su quanto ho visto a Sintra. Non ho intenzione di fare un resoconto dettagliato. Mi basta ricordare di quei luoghi qualche divertente curiosità. Il cinquecentesco Paço Real venne cominciato da re Giovanni I e Manuel lo terminò. L'architettura del palazzo È totalmente dominata, non da un campanile, non dalle torri merlate di qualche fortificazione, ma dai due giganteschi camini conici delle cucine, di derivazione araba ossia islamica, come del resto lo sono gli azulejos, cosí diffusi in chiese, chiostri e abitazioni. L'interno delle cucine, rivestite interamente di piastrelle, mi ricorda quello del palazzo Topkapi di Istanbul, con i massicci tavoli di pietra, le batterie di pentoloni pentole. Vi sono anche sale molto piacevoli in questo palazzo, per l'equilibrio delle forme e dei colori. Tutto il contrario avviene nel Castelo de Pena, eretto nel 1840-50 dal tedesco Escwege per il re-consorte Ferdinando di Coburgo-Gotha, marito della regina Maria II. Il palazzo si trova sulla sommità della collina che domina Sintra, dietro le rovine del castello dei Mori, circondato da uno sfarzoso e grande parco all'inglese. Qui tutto È esagerato, vi si trovano mescolati stili medioevali, barocchi, arabi, rinascimentali, il manuelino: ma il tutto appare già rivestito di una patina liberty e suona vagamente fasullo. Si salva soltanto la cappella con un bel retablo rinascimentale in alabastro. Per il resto il luogo È una vera pacchianata, simile al Vittoriale di D'Annunzio, quindi dovrebbe piacere ai Giapponesi. Cammino a lungo, ma questa volta almeno mi sono liberato del bagaglio, lasciandolo in custodia alle bigliettaie del palazzo reale. Visito anche le rovine del castello dei Mori. Leggende, cristiane ovviamente, narrano che nella grande cisterna venne seppellito un re moro, che fu sorvegliato da spiriti malvagi. Scendendo mangio more. Andando verso il palazzo reale mi imbatto in una casetta dall'aspetto fiabesco, dove visse Hans Christian Andersen. Vado a prendere le borse e mi avvio verso la fermata del bus. Trovo sulla strada il pero che avevo già visto all'andata, mangio diverse pere e diverse persone si fermano a raccogliere frutti. Qualcuno grida: "Peras, peras". Eppure l'albero non era così mimetizzato. Colgo una pera ad una giapponesina che si affannava dal parapetto per prenderne una e gliela sciacquo. Alzandomi per andare via fui grato all'uomo che pensò bene di piantare un albero da frutto in parte ad una strada, pensando che non ci stesse poi così male. O a colui che un giorno lanciò sbadatamente una scorza del frutto. Bevo ad una fonte situata in una piccola costruzione moresca. Vi sono diversi cortei matrimoniali di automobili: uno in particolare mi colpisce perché suonava più forte degli altri, ma sopratutto perché‚ le sei-sette auto che lo componevano erano targate Torino! Avanti Savoia! Vado a prendere l'autobus e accade quello che ho già raccontato, ossia che il biglietto che tanto faticosamente avevo fatto a meno di obliterare non aveva alcun valore. Quando capisco che mi era impossibile salire sul mezzo pubblico senza pagare, decido di ritentare la carta dell'autostop. Mi metto in un'angolo nei pressi di un bar, crivellato dalle occhiate degli avventori, come È inebitabile che sia, anche dato il mio aspetto e l'abito, diciamo eufimisticamente, trasandato. Seduta sul gradino di un negozio chiuso c'era una vecchia e magrissima signora, che parlava da sola e di tanto in tanto mi fissava. A un certo punto le rivolgo qualche parola. Uno di quelli che stavano seduti al bar, dato che non vedeva la donna per via di un alberello invasato, posto a fianco di una vetrina, credette che fossi impazzito e che stessi parlando da solo. Ma gli dissi chiaramente, in spagnolo: "C'è una signora, non sono matto". Debbo aggiungere che a causa della lunga attesa il tono della mia voce non era proprio amabile. Stetti con il braccio steso ed il pollice alzato per un'ora e mezza, senza risultato. A nulla valsero gli inviti, il gesticolare con l'altra mano, gli ammiccamenti, dichiarare la mia destinazione ad alta voce. In quell'occasione misi da parte qualsiasi progetto di viaggio in autostop, di conseguenza il mio umore peggiorò: non avrei potuto viaggiare ancora per molto se avessi usato soltanto il treno. Mi convinsi che i portoghesi non erano soliti dare passaggi. Supplicai ancora una volta l'apparizione di un automobilista tedesco. Dopo una caduta emotiva in cui avevo deciso di prendere l'autobus legalmente, mi intignai e decisi di non mollare a costo di passare la notte a Sintra. Ad un certo punto una macchina portoghese si fermò. Con viva sorpresa scopro che al volante c'era Antonio, il custode della villa di Caiscais, che stava tornando da una gita con la moglie. Gioii del passaggio, ma soprattutto della coincidenza. Non era la prima volta che mi capitava una cosa del genere. Passammo per Alcabideche, dove si trova una stele dedicata al poeta arabo Ibne-Mucane, nato nel X secolo, "il primo europeo che abbia celebrato i mulini a vento", come dice la guida del Touring. Anche la signora è molto simpatica, oltreché‚ dinamica. Invece il signor Da Costa ama la pace ed è stato fortunato a trovare un posto come custode della villa. Arriviamo a casa del figlio di Antonio, il campione di hockey che parla molto bene l'italiano, m'offre da bere e da mangiare e mi mostra i suoi due bambini, Francisco di due anni e Carolina di otto mesi. Poi Antonio mi offre ancora pane, formaggio e birra a casa sua, una tipica costruzione potoghese ereditata dai suoi genitori e poco lontana dalla casa del figlio. Visto che scende a Caiscais poi, mi dà ancora un passaggio. Gli dico che deve venire in Italia: lui dice di aver paura dell'aereo, ma soprattutto non gli va di muoversi tanto. Alla moglie invece piace viaggiare: a fine agosto partirà per le Azzorre con un viaggio organizzato. Ci salutiamo calorosamente. Sono tripudiante: potessi vivere sempre incontri del genere, in tutto il mondo e potessero farlo tutti coloro che viaggiano! MI sciacquo le gambe al mare. L'acqua È molto fredda. Passeggio sul lungomare arrivando fino ad Estoril. Alla stazione ferroviaria di Estoril chiedo il prezzo per Lisbona: 140 escudos, più che da Caiscais. Ho deciso: farò ancora l'autostop. Voglio anche verificare se i portoghesi dànno passaggi, dato che l'unico che finora lo ha fatto lo conoscevo bene. Passa il tempo e non succede nulla, a parte un crescendo di disillusione. Sono le 18.30. A quest'ora non partono pi— treni da Lisbona e suppongo sia lo stesso anche nella direzione opposta. Mi inizio ad abituare all'idea di dormire nei bei giardini (palmizi, eucalipti, fontane, fiori di tutti i colori) di Estoril, davanti al Casino o sulla spiaggia. Tra le 18.30 e le 20.10 mi passo ripetutamente in rassegna il non vasto campionario delle reazioni degli automobilisti a chi fa l'autostop, e l'ancor meno vasto repertorio balnear-automobilistico di Lisbona: ossia il passaggio di coloro che tornano in città dopo una giornata o un week-end di mare. Domani ho il famoso appuntamento stabilito venti giorni fa con i miei amici: non ho avuto conferme o smentite semplicemente perch‚ non ho ancora fatto una telefonata a casa. Mi sono sistemato in prossimità di un semaforo. In tal modo posso anche andare al finestrino a chiedere pi— direttamente uno "strappo". Dato che È domenica i mezzi commerciali sono scarsi, ma il traffico È intensissimo. Sicuramente qualcuno si fermerà. Col cavolo. Nessuno mi tira su, anche perché‚ il numero delle tipologie umane assortite nelle auto, ridottissimo, era poco adatto ad accogliere un autostoppista con barba, capelli spettinati, vestito malamente con una camicia verde a quadri e calzoncini jeans. Avevo cercato di darmi una sistemata, ma ci sarebbe voluto ben altro per rendermi presentabile. Passano auto stracariche di famiglie di quattro o più persone con bagagli, palloni, ombrelloni, secchielli, asciugamani; persone sdraiate a dormire, gruppi di bambini esauriti da una giornata di corse e bagni. Oppure la classica coppia di giovani: dato che lei È sempre abbastanza appetibile e con le cosce abbronzate e scoperte, rappresenta un bene da proteggere. Effettivamente nemmeno io mi fermerei con a fianco una così. Spesso la ragazza ha anche la mano sul ginocchio di lui, per cui l'ipotesi di caricare un terzo incomodo È ancor più remota. La coppia di adulti non sembra nemmeno accogliere nel proprio campo visivo il mio pollice sollevato. Qualche volta lui, di solito sulla quarantina-cinquantina gira l'occhio stanamente e mi guarda come a dire: "Ma dove cazzo credi di andare" o qualcosa del genere. C'è da dire che mi sono messo vicino al semaforo anche per il gusto di veder fermare tutte le macchine, specie quelle contenenti i più bulli ed infingardi. Vi sono anche coppie di ragazze, ma evidentemente hanno paura di aggressioni. I gruppi di ragazzi potrebbero essere meglio disposti verso un coetaneo, ma al limite ti fanno ciao. Mi passano davanti, velocissimi, alcuni camper di Rovigo, Torino, Vicenza, ma non posso fare nulla per fermarli. D'altra parte salire su È come entrare a casa loro. Ad un certo punto si mettono a fare l'autostop anche due ragazze ossigenate e, diciamo, un poco sgangherate, vestite entrambe con minigonna, in nero: Si sono messe proprio davanti al semaforo, una ventina di metri davanti a me. Avrei potuto chiederle anche di fare l'autostop insieme, se non altro per vedere cosa mi rispondevano. Passata una mezz'oretta -pensavo meno- qualcuno le ha tirate su. È stato addirittura un automobilista della corsia opposta a caricarle, facendo un'inversione a U e dicendo loro che stava tornando a Lisbona. Alle 21.10 un automobile targata Bergamo con una coppia di ragazzi mi capita a tiro, visto che il semaforo È rosso. E mi carica. Scendo dalle parti della stazione Cais do Sodre. Passeggio riflettendo. Per domani ho dato appuntamento anche alle ragazze napoletane. L'ho dato anche a molti altri lungo la via, ma dubito che verranno. Salgo nella parte vecchia. Trovo un carrello con le rotelle. Avevo pensato che una cosa del genere potesse servirmi per trasportare il bagaglio. Ora mi rendo conto che sul selciato irregolare si farebbe ancora più fatica. Per cui mi trasporto l'attrezzo in spalla e lo butto dietro alla panchina (la stessa dove ho dormito qualche notte fa). Potrei anche stendermi sul prato, ma l'umidità e la presenza di qualche topo mi fanno scegliere il giaciglio più alto. Fa un po' freddo per i miei pantaloncini, ma indossando i calzettoni da tennis si resiste. (Lisbona, giardinetti, 10/8/1992). Mi alzo alle 7 e avvolgo il sacco. Ieri notte, verso le 2, alcuni ragazzi si sono messi a parlare ad alta voce nel piccolo giardino, seduti su una panchina accanto alla mia. Dopo un po' sono arrivati due poliziotti. Stavo a occhi chiusi, ma capii che erano due guardie dal tono della voce e da quello che gli dicevano. Sospettavano uno dei ragazzi, che ora rimasto solo, di possesso di stupefacenti. Infatti, dopo avergli controllato i documenti, cominciarono a raccogliere e a esaminare un paio di involti di carta. Il ragazzo si scherniva aprendo le mani ed invitando i due a perquisirlo. Uno dei poliziotti mi ha lanciato tre o quattro occhiate indagatrici, trovandomi sempre con lo sguardo rivolto verso di loro. Ero avvolto nel sacco a pelo e guardavo la scena attentamente. Ma non mi hanno chiesto di alzarmi. Hanno controllato nel pacchetto di sigarette del giovane. Poi lo hanno fissato negli occhi e alla fine se ne sono andati accettando pure la sua stretta di mano e l'assicurazione che non avrebbero detto nulla ai suoi genitori. Il silenzio totale l'ho potuto apprezzare soltanto verso le 4.30, altro che scogliera di Caiscais! Intorno alle 5.30 poi è ricominciato il movimento di auto e tram. Finalmente visito la Sé. Al centro del chiostro stanno facendo degli scavi. Le mura del lato destro della Cattedrale sono merlate. A mezzogiorno i ragazzi non arrivano. Non ci voglio credere. Per fortuna arrivano le ragazze. Giro e mangio assieme a loro (mi offrono un panino col formaggio gigantesco). Alle 20 vado nuovamente davanti alla Sé, per il secondo appuntamento: non arriva nessuno. Aspetto soltanto fino alle 20.20, perché non ci sono treni che arrivano dopo le 12 dalla Spagna e la possibilità che vengano stasera è minima. Spero che arrivino domani alle dodici, il terzo ed ultimo appuntamento. Se i ragazzi non verranno, sarò almeno libero di partire. Vado in stazione a dare un'occhiata (per un attimo spero che i miei amici siano rimasti in stazione in attesa dell'appuntamento di domani) e a chiedere qualche informazione. Dentro l'atrio caldo e casino. Guardo attentamente i visi dei giovani. Molti di essi sono sdraiati in terra sui sacchi a pelo. C'è chi mangia, chi fuma, chi scrive, chi gioca a carte, chi è impegnato in letture complicate. Qualcuno di loro è vestito in modo stravagante, per esempio ha in testa grandi foulard colorati o un cappello di cuoio da cow boy. C'è chi trascina pesantissimi zaini con appese su racchette da backgammon, scarponi, enormi pentole, voluminosi sacchi a pelo, etc. Purtroppo molti di coloro che ora fanno i boy-scouts vanno poi a sedersi in un ristorante. Vado all'ufficio informazioni per chiedere orari e tariffe di diversi itinerari. Per arrivare a Madrid passando da Badajoz il treno fa un giro piuttosto tortuoso, che forse potrei accorciare se entrassi in Spagna pi— a nord. Ho duemila escudos e duecentomila lire. Posso resistere ancora a lungo, ma devo ricorrere a un regime d'emergenza. Qualcuno di fuori si sdraia sotto la pensilina degli autobus ed apre il sacco, un altro gonfia il materassino. Salgo una strada ripidissima, guadagno quota velocemente alle 22.55 mi trovo davanti al Pantheon, immerso in una tranquillità assoluta. Soltanto qualche televisore ad alto volume. Intorno a me predomina il bianco della pietra illuminata. C'è un piacevole freschetto. Sembra di stare in un paese sulle nuvole. Le case hanno le porte e le finestre aperte. Nel cielo terso risplende una luna quasi piena. Il frusciare degli alberi si intona bene con questo silenzio civile, che non È il silenzio del bosco o della scogliera, ma il silenzio abitato, delle case e del riposo. Un bambino in bicicletta si aggira su e gi— per le strade. Bevo, mi lavo i denti. Apro il sacco a pelo davanti all'entrata principale del Pantheon, sopra una breve gradinata, ma in modo tale da non trovarmi sotto il cornicione dove stanno appollaiati parecchi piccioni che di notte non smettono mai di cacare né di sbattere le ali.

    Da Lisbona a Tomar. Fatima, Batalha, Alcobaça e Coimbra

    (Lisbona, 11/8/1992). Vado ancora una volta alla stazione per vedere se l'espresso da Madrid che arriva alle 8.45 al binario 5 porta anche i miei amici. Ma non si vede nessuno. Decido di andare a Tomar. Di lí andrò in Spagna, senza ulteriori spese rispetto a quanto avevo previsto sapendo che il biglietto di ritorno mi sarebbe costato pi— di duemila escudos. Mi restano pochi soldi. Al limite mangerò poco o niente fino alla Spagna. Alle 15.45 sono sul treno per Tomar. Nemmeno al terzo ed ultimo appuntamento, a mezzogiorno, i ragazzi si sono visti. Sospetto che non avessero soldi e per di piú all'arrivo in Spagna tutti i possessori di biglietto Inter rail dovevano pagare 500 pesetas (una vera e propria truffa). Le Olimpiadi e l'Expo di Siviglia sono un'ottima scusa per estorcere un po' di soldi a danno dei giovani che viaggiano. In compenso davanti ai gradini della cattedrale, scorgo un venditore di cartoline che domanda ad alcuni turisti italiani (qui numerosi) se gli possono cambiare in pezzi pi— grandi svariate banconote da mille lire. Gli chiedo se mi può cambiare ventimila lire in escudos. Dopo aver detto inizialmente di no alla mia proposta, che per lui era vantaggiosa, si fa un rapido calcolo e mi cambia il denaro. Tomar venne fondata nel XII secolo da un templare, Gualdim Pais, di cui vi è una statua nella piazza principale. Egli fece erigere il castello, attorno al quale crebbe poi il paese. Le mura ancoro oggi si stagliano sull'altura con solennità. Gli abbondanti sfarzi manuelini coprono abbastanza bene la nudità austera della chiesa fortificata originale, interna al castello. Nel convento vi sono diversi chiostri: in quello detto da Lavagem, si trova un museo lapidario che È chiuso per lavori. Ma osservando le pietre scolpite da lontano si intravedono antichi ed immutabili simboli: pentagrammi, serpenti attorcigliati, stelle a dieci punte, fiori a sei petali. La chiesa di Santa Maria de Olival ospita, nella seconda cappella a destra, le spoglie di Gualdim Pais e di altri priori dei Templari e dell'Ordine di Cristo. Ci arrivo che è già chiusa. Sulla facciata, proprio sopra il portale, intuisco un pentagramma, raschiato via, mi pare, piú che eroso dagli agenti atmosferici. Vado a dormire davanti alla chiesa della Conseiçao: è la decima notte che trascorro all'aperto: ormai mi sembra una cosa normale e dormire sulla pietra non ha piú alcuna conseguenza sulla mia schiena. (Tomar, 12/8/1992). Il mattino successivo mi reco di nuovo a Santa Maria de Olival. Attendo caparbiamente. Compro un litro di latte fresco che mi dà una certa carica. Sbircio alla fine da una fessura del portale. Sullo sfondo in controluce una stella a cinque punte. Poi vado all'ufficio del turismo e mi dicono che il guardiano è andato in vacanza. Ma poco prima avevo avuto la grazia di assistere ad un altro spettacolo, mentre uscivo dal cimitero dove ero andato a chiedere informazioni al custode: una prefica vestita interamente di nero intona nei pressi di una tomba a tempietto un canto arcaico e si dispera ritualmente mentre una donna siede nei pressi mesta ed allo stesso tempo confortata: di tanto in tanto le due donne parlano tra loro, come se si mettessero d'accordo, poi la donna piú anziana riprende a dispensare il suo balsamo con la voce. Si direbbe che stia depurando qualcosa, sciogliendo un nodo, dissolvendo il pianto con la melodia. Mi avvio verso alcuni giardinetti, dove mi lavo i denti e bevo abbondantemente. Inizio a chiedere un passaggio. Ho deciso di andare a Batalha; passerò anche per Fàtima. Debbo riuscire a viaggiare in autostop. Poco dopo una famiglia di Lione mi carica. Non ci voglio credere. A Fátima tutto è cosí terribilmente moderno. Sembra un aereoporto. La cappella dell'apparizione è sommersa di sovrastrutture, schiacciata da una tettoia da supermercato. Non voglio discutere sull'apparizione della Madonna ai tre pastorelli, ma osservare il cattivo gusto che circonda questo luogo, un tempo situato in aperta campagna in una zona impervia e tranquilla. Se prima era adatto alle epifanie ora va bene per il vacuo zelo con cui alcune fedeli compiono in ginocchio il giro della cappella. Vi sono alcune casse di ginocchiere per una versione “soft” della faccenda. Una fedele con le guanciotte rosse, che sta percorrendo il giro in versione “hard”, ossia senza ginocchiere, tiene per mano una bimbetta vestita con un abitino bianco. Oltre alla chiesa grande, che almeno dissimula con una qualche decenza la sua modernità, vi sono un ufficio informazioni e un muro con rinforzi di metallo nero, che sembra una caldaia, per accendere candele. Poi, ritornando indietro, nei giardini, la folla dei pellegrini stesa sui prati o su grandi plaid di lana: ghiacciaie, fiaschi di vino, gambe all'aria, panini, camioncini carichi di cibarie, etc. Attendo a lungo che qualcuno mi dia un passaggio. Consolo il mio appetito con un panino prelevato al tavolo di un ristorante e una mela raccolta da un albero pubblico. La fame mi rende inquieto. Intanto passano auto stracolme di gente. Molte di esse hanno targa francese: la maggior parte però non sono turisti, ma emigrati portoghesi che stanno trascorrendo le vacanze nel loro paese d'origine e magari ne approfittano per fare una gita fino a qui. Cambio posto, perch‚ un signore gentilmente mi avverte che mi trovo praticamente all'entrata del paese. Vado avanti. La mia prossima destinazione è Batalha. Mi carica il proprietario di un'autoscuola. Inavvertitamente salendo spingo il pedale dell'accelleratore (l'auto È fornita di doppi comandi) e sghignazzo con una certa nevrotica esagerazione od esasperazione. Mi tolgo anche la soddisfazione di lasciarmi dietro alcune delle automobili e dei camper che non mi avevano caricato. In prossimità di Batalha si vedono dei grandi silos bianchi. Dice il guidatore: si tratta di contenitori per il vino; stavolta è lui a sghignazzare in modo esagerato, parlando del vino e dicendo che alla gente di qui piace bere. Vado a visitare al chiesa di Batalha, il cui resoconto si può trovare su una qualsiasi guida turistica del Portogallo, dopo aver mangiato un chilo d'uva acquistato al mercato. Vorrei partire per Alcoba‡a questo pomeriggio. Proverò a chiedere ancora un passaggio, in caso negativo vorrà dire che dormirò qui. Alle 17 comincio a sporgere il pollice all'imbocco dell'autostrada. Si fermano tre trevigiani, ma mi dicono che vanno a Lisbona e che fanno l'autostrada. Dico che non fa niente, poi m'incazzo come una belva con me stesso: potevo almeno ventilare l'ipotesi di fare insieme la statale, cosí mi avrebbero potuto lasciare in prossimità della mia destinazione. Ma doveva andare cosí, perché di lí a poco incontrai la Madonna. Vedo da lontano una Renault 4 rossa. Alcuni modelli di auto sono fortemente indicativi delle personalità dei loro conducenti. La R4 ha l'aspetto di una carrozza trainata dai cavalli, o forse stavo vagando con la mente, è comunque un modello di auto liberal-libertaria, insomma non è una grossa berlina (non se n'è fermata nemmeno una). Ma che l'auto frenasse e che a bordo vi fosse un'angelo di Bretagna, ahimé‚ in compagnia di un ragazzo, peraltro un poco inquieto, forse anche oppostosi alla concessione del passaggio (ipotizzo sinistramente): questo non me l'aspettavo. Ma lei era alla guida, lei aveva deciso di fermarsi e alle 18.40 mi fa entrare ad Alcobaça. Grazie Madonna Monique. Oggi ho speso l'equivalente di tremilacinquecento lire. Mi siedo esausto su una panchina, studiando il luogo migliore per aprire il sacco a pelo. Il monastero cistercense di Santa Maria a quest'ora è chiuso. Il sole del pomeriggio ne illumina la facciata. I giardini antistanti sono ben curati e tranquilli. C'è anche un piccolo mercato di frutta e dolciumi, esposti su carretri colorati. Penso che dormire su una panchina. Passeggio per la città, mangio un panino col formaggio e gironzolo ancora un po'. Poi quando è già buio, mi avvio verso il monastero. Siepi e alberi rendono meno visibile un ipotetico dormiente sdraiato tatticamente sul prato. Mi infilo tra una siepe ed un albero, facendo attenzione a non occultarmi completamente, per evitare qualche sgradevole inconveniente (pisciate da parte di nottambuli, lancio di bottiglie per mano di etilisti ortodossi). Dormo con il sacco a pelo aperto per poter reagire piú rapidamente a furti e simili. (Alcobaça, 13/8/1992). Mi sveglio molto presto. C'è una certa umidità. Il prato e il sacco sono bagnati di rugiada. L'adopero per lavarmici la faccia: una cara amica mi ha detto che fa molto bene alla pelle. Questa notte ho fatto molti sogni, alcuni dei quali mi sono rimasti in mente. Ho sognato una miriade di situazioni, di amici e persone sconosciute, ma con una vivezza maggiore del solito. Verso le 4 o le 5 sono stato risvegliato da alcuni fruscii provenienti dalla fitta siepe alla mia sinistra. Dapprincipio mi sono spaventato, pensando prima a una persona poi, quando ho focalizzato meglio, a qualche topo; poi però ho preso atto di una buona sensibilità ai rumori di un certo tipo -per esempio quello delle macchine non mi sveglia, quello di passi vicini invece sí- che ha finito con il rassicurarmi. Alle 8.15 mi siedo su una panchina di fronte al monastero a godermi i primi raggi del sole e a far asciugare il sacco e lo zainetto. Sto cominciando a stancarmi. Sono dodici notti che dormo per terra, ma non credo sia questo, Provo una certa noia nel visitare i luoghi, ma ancor di pi— sento il bisogno di un qualche esercizio mentale. "Tutto quel che vediamo È un'altra cosa", ripeto tra me e me. Stendo tabelle statistiche ed invento un verso palindromo sull'itinerario da me percorso. Guardo a lungo la facciata del monastero. Essa risale al XVII-XVIII secolo, mentre il monastero, fondato nel 1178 dal re Alfonso Henriques e poi distrutto dagli Arabi di Al-Mansur verso il 1190, venne terminato nel XIV secolo. Mi hanno sempre infastidito i rimaneggiamenti barocchi di opere architettoniche medioevali, anche negli esiti piú felici. Denotano, salvo rarissime eccezioni, un tipico difetto umano, quello di non sapersi stare fermi con le mani, che va di pari passo con un altro, quello di voler sempre aggiungere qualcosa a ciò che nella sua semplicità è già perfetto. Almeno questo ai nostri giorni non si fa, perch‚ si mira a tutelare il patrimonio artistico rispettandone rigorosamente la forma e le intenzioni originali. Ci mancherebbe: con quello che ha prodotto il Novecento nel campo dell'edilizia, diciamo, "religiosa"! Oddio, ogni tanto qualche vetrata, qualche portale moderno in una sede antica ci scappa pure, ma quasi mai si arriva allo stravolgimento sistematico perpetrato nei secoli XVII e XVIII. Magari ti sorprende una qualche mostra di mediocre arte contemporanea (come m’è capitato nel palazzo reale di Sintra e nella chiesa di Batalha) in un antica sala, ma il danno è temporaneo e riguarda soltanto pochi fruitori. Nel caso di Alcoba‡a gli interventi barocchi sono addirittura soffocanti e dissonano non poco con l'interno solennemente essenziale in stile borgognone, il pi— vasto del Portogallo. Non si può dire che qui sia la grandezza a stupire, soprattutto dopo aver visto alcune delle piú belle cattedrali francesi, semmai è lo slancio verticale acuito dalla strettezza della pianta a renderle originale questa chiesa. Le pareti esterne laterali ostentano sommità merlate: durante il Medioevo la chiesa fungeva anche da fortezza, dato il numero delle incursioni nemiche e delle depredazioni. Le misure o almeno le proporzioni di questa chiesa ripetono quelle di Clearvaux, in Francia. Mi attrae la nutrita serie di monogrammi o simboli incisi irregolarmente sui pilastri. Ne ricopio una sessantina sul blocchetto una certa quantità. Alcuni sembrano firme, altri hanno carattere simbolico, talvolta noto. La mia curiosità avrebbe ricevuto di lí a pochi minuti un'inaspettata ricompensa. Nel grande transetto, a due navate, la mano di un anonimo maestro del XIV secolo ha scolpito le tombe di Dom Pedro I, re di Portogallo, e di Inés de Castro, la sua bellissima amante, fatta assassinare dai cortigiani nella “Quinta das Lágrimas”, un antico giardino di Coimbra, il 17 gennaio 1355. E macabramente, Inés venne incoronata regina dopo la morte, tanto per rendere il tradimento ancora piú aderente ai luoghi comuni che sorvegliano le interpretazioni ufficiali del mondo medioevale. Mi lascio alle spalle la facciata pomposamente insignificante della chiesa e il suo meraviglioso interno, dopo aver visitato il “Claustro do Silencio”, le cucine e altre sale circostanti. Sul portale del refettorio sta scritto: "Respicite quia peccata populi comeditis", che si adatta ad un gran numero di condizioni e circostanze umane. Mi allontano a piedi dal paese, camminando sulla strada statale. La mia destinazione È Coimbra. Ad un certo punto mi supera un furgone Mercedes azzurro adibito a camper targato Milano. Non faccio cenni supplementari ai miei connazionali, no‚ grido qualcosa in italiano: è ancora presto per la mia pazienza. Eppure l'automezzo si ferma. È stranamente una coppia con i capelli bianchi, ma molto giovanile, ad aver compiuto il gesto. Scopro subito il perché‚. Il signore che è alla guida ha una barbetta alla Lincoln e mi dice: "Non ho l'abitudine di caricare su gente, ma lei mi deve spiegare che cosa stava ricopiando nella chiesa". Mi metto a ridere, prima di dare spiegazioni. È curioso anche che la sua curiosità per quello che stavo facendo sia stata suscitata dalla mia per i disegni. E in piú ho beccato un passaggio! Loro vanno a Batalha. Resto sulla rampa della stessa superstrada dove ieri ho incontrato i due ragazzi bretoni. Posso fare l'autostop guardando il bel portale della chiesa. Si ferma Luis, un giovane camionista portoghese che trasporta materiale da costruzione a Leiria. Sono raggiante. La speranza di poter viaggiare chiedendo passaggi sostituisce completamente lo sconforto iniziale. L'episodio del curioso incuriosito dall'altro curioso mi ha segnalato ancora una volta, assieme all'episodio di Sintra, le infinite possibilità del Destino o Fato o Provvidenza. Approfitto della destinazione di Luis per visitare il castello di Leiria, dove giungo alle 11.30. Alle 13.05 sono di nuovo con il pollice alzato sulla corsia per Coimbra. I guidatori portoghesi continuano a guadagnare punti nella classifica per nazioni: Erminio, un ragazzo che lavora in Svizzera, in una fabbrica di vernici di un siciliano, mi porta fino a Pombal. Sono le 13.55. Appena sceso, come butto il dito, si ferma un camionista. Credo che il guidatore mi avesse già visto mentre ero a Batalha con il braccio steso; poi con la veloce auto di Erminio lo abbiamo superato. Siccome ho l'abitudine di salutare coloro che mi fanno un cenno anche minimo di cortesia, suppongo che il camionista se lo sia ricordato. In piú, vedermi chiedere passaggi in due posti differenti ha vinto ogni possibile diffidenza. Ma queste sono soltanto supposizioni. Ora sto seduto e mi godo il panorama. Credo, considerando l'odore dell'abitacolo, che il camion trasporti vino, ma non ho nemmeno la voglia di appurarlo. Con questo camionista scambio soltanto qualche parola, diciamo che mi adatto al tipo: non debbo fare nemmeno troppa fatica a stare zitto. Il camionista gira per andare a Sagre. Scendo dopo la svolta e torno sulla strada principale. Ancora una volta mi dispongo in attesa con il braccio steso. Da un po' di giorni non conto piú il tempo a minuti ma in base all’umore. Non si tratta di tante regolari successioni segnalate da un numero, da una lancetta, ma dei diversi colori degli stati d'animo, che si succedono irregolarmente. Si ferma un altro camion che trasporta sassi. Il guidatore ha un'aria simpatica e porta una scoppola. Si chiama Amilcar ed È nato vicino Leiria. Ora abita poco piú a sud. Mi rivolgo a lui in uno spagnolo (ossia castigliano) infarcito con il poco portoghese che conosco. Siccome mi capisce bene, mi illudo per un attimo di stare parlando un quasi-portoghese. Poi mi rendo conto che è lui a capire e a rispondermi in spagnolo. Infatti Amilcar ha lavorato dodici anni in Venezuela. Quando la svalutazione ha raggiunto livelli elevatissimi, ha deciso di tornare. Dice che le comunità europee piú numerose in Venezuela sono quella italiana, la spagnola e la portoghese. Chiacchiero ancora con il gioviale camionista, finché‚ alle 14.55 non varchiamo il Mondego passando sul ponte Santa Clara. Scendo al semaforo alla fine del ponte. Coimbra sembra assopita in un tardo pomeriggio autunnale. Visito la S‚ Velha, l'antica cattedrale in stile romanico, fortificata ma non sgraziata, poi il chiostro annesso, romanico-ogivale, con i rosoni delle polifore tutti diversi, facendo pure da cicerone a cinque ragazzi di Gallarate incontrati per caso. Assieme a loro tentiamo di abbordare alcune giovani guide. Mi colpisce una che si chiama Carla, segno zodiacale Leone. Siccome sul cartellino ha anche il numero di telefono le dico che la chiamerà per uscire questa sera. Lei si schermisce, ma non mi sembra completamente sfavorevole. Solo poco dopo mi rendo conto che ho un aspetto terrificante. I capelli hanno bisogno di uno shampoo, la barba ha un aspetto informe, i calzoncini sono sporchi, la camicia stropicciata, le scarpe rovinate, le borse impolverate e lorde di grasso. Soltanto l'orologio subacqueo di marca, gli occhiali da sole mi rendono (talora) distinguibile da un barbone. Vado anche a visitare l'Università, di cui mi piace soprattutto la solenne biblioteca. L'aula magna, secentesca, con i ritratti dei re portoghesi, mi è parsa molto sobria specialmente per un periodo cosí esasperato. La nueva S‚ mi ha fatto invece ribrezzo: barocca, di male forme, stracarica di orpelli inutili inseriti in un contesto gesuitico nel senso piú deteriore del termine, ossia equivalente a quello che è stato per il nostro secolo l'architettura geometrica sovietica. Appena vi si entra dentro si prova un senso di fastidio. In compenso quando si esce ci si sente risollevati: è questo il suo unico pregio. A sera giro ancora per la città, aspettando che si faccia tardi. Dormirò nei giardini che costeggiano il Mondego, dalla parte della città. Passeggio per la Praça do Comercio, dove alcuni bambini giocano a pallone accanendosi a bersagliare le pareti della chiesa romanica di Sao Tiago. Il fatto potrebbe offrire lo spunto per un'articolo di costume e una indignatio a qualche critico o cronista rompipalle (in Italia ce ne sono tanti, anche il Portogallo non farà eccezione) in cerca di idee; a me invece fa apprezzare ancora una volta le doti del romanico, che resiste anche alle pallonate, mentre il barocco no. Raggiungo i giardini. Dormirò su uno dei due pianali lignei facenti parte di una pista di skate-board, che si elevano a tre metri d'altezza. Appare un posto molto tranquillo, comodo, largo, non umido. Salgo su prendendo la rincorsa, apro il sacco. Qualcuno passeggia con il cane, ma non è facile vedermi. Scaccio da me l'idea che qualcuno possa venire a quest'ora a farmi salti in testa con lo skate. Invece, verso le 23, arriva un'orda di ragazzini che cominciano a saltare su e giú con la bicicletta o a piedi. Una ragazzina salta su e grida come una gallina non appena vede il fagotto, cioé me nel sacco e i bagagli. Salgono su altri bambini incuriositi. Mi guardano poi continuano a saltare. Nonostante i colpi non lievi sulla struttura tento e fingo diplomaticamente di dormire. Poi un ragazzino mi si avvicina e mi dice: "Non si può stare qui". Diciamo che inizia a rompermi le palle, con molta innocenza. Debbo allora "svegliarmi" e cominciare a parlare con lui. All'istante sul terrazzino arrivano altri tre ragazzini. Comincio a disquisire sul viaggio in autostop, da dove vengo, rispondo alle loro domande, se non ho paura di dormire all'aperto, perché non vado in qualche albergo. Rispondo che preferisco questo tipo di alberghi a molte stelle, anche perché non ho molti soldi. Soddisfatta la curiosità dei ragazzini, subito dopo ne arrivano altri tre che mi chiedono piú o meno le stesse cose. Hanno dodici-quattordici anni: uno di loro studia, l'altro lavora e l'ultimo fa tutte e due le cose. A mezzanotte sono finalmente solo. Il traffico non fa piú rumore e mi addormento placidamente, come su un soppalco.

    Da Coimbra alla Spagna

    (Coimbra, 14/8/1992). Al mattino la vescica strapiena (adoro bere uno-due litri d'acqua tutti assieme) mi costringe a pisciare direttamente dall'alto dei tre metri. Poi scendo e mi vado a lavare i denti e i capelli alla fontanella. Andrò a fare colazione e poi farò l'autostop per andare a Guarda e poi in Spagna, dove spero di arrivare questa sera. Scorgo un altro saccoapelista che dorme sul parapetto del fiume (sotto c'è un metro di terra e poi l'acqua): è la prima volta che incontro qualcuno nei pressi del mio, possiamo chiamarlo, "ricovero notturno". Ieri, quando già cominciava ad imbrunire, mi sono recato verso la periferia per vedere se potevo mettermi a dormire da qualche parte lí vicino, per non perdere tempo al mattino. Tutte queste camminate, da quando sono partito le faccio con il bagaglio appresso. La spalla sinistra mi si indolenzisce. Comincio in questi giorni a passarmi la borsa con il sacco da una spalla all'altra con maggiore frequenza. Altre volte porto anche lo zainetto su una spalla sola. Cerco di capire anche se È meglio chiedere un passaggio con i bagagli addosso o metterli ai piedi: provo a fare una statistica dei casi, ma mi sembra uguale. Una cosa è certa: meglio mettersi al sole, perché la faccia si vede da piú lontano. Molta gente, tra cui mi ci metto anch'io, guarda la faccia di chi chiede il passaggio prima di decidere se tirarlo su o no. Per questo dò molta importanza al mio look: Ho i capelli lisci lunghi un metro, gelatinati, il giubbotto di pelle nera spallinato, i pantaloni di serpente e gli occhiali da sole ovoidali. Entrerò presto in un gruppo di musica da discoteca. Diciamo che mi sistemo. Anche un'espressione tranquilla, non dico sorridente, È molto importante per ispirare simpatia. Cammino in direzione della strada per Guarda. Alle 9.40 ho raggiunto la periferia, in un punto dove inequivocalbilmente passino auto e camion diretti verso dove voglio andare anch'io. Il primo automezzo che mi passa davanti mi tira su. È un camion che trasporta materiale elettrico, guidato da un ragazzo, Miguel. Sono raggiante. Alle 10 mi trovo all'altezza di Miranda do Cervo sul fiume Ceira, in mezzo alle montagne. Mangio more e faccio l'autostop. Comincia una fase di impasse; alla fine È un signore che voleva avere da me un informazione stradale a caricarmi: ha vissuto quarant'anni in Angola, dove È arrivato quando aveva quattro anni. Mi lascia all'altezza di Villanova de Poiares, in uno di quei classici posti tipo Far West, con un bar-alimentari-ristorante e due meccanici, sulla strada per Guarda. Il traffico è abbastanza intenso, anche se le auto passano a grande velocità nella non larghissima strada. Non solo stendo il braccio con il pollice alzato, ma sollecito a gesti, grido la mia destinazione dentro i finestrini, accenno ironici inchini di supplica. Passa un'ora e nessuno si ferma. Durante questa inutile attesa mi tolgo però due grosse soddisfazioni. La prima È quella di vedermi segnalare a chiare lettere un segno inequivocabile di "no" (da parte di un signore sulla sessantina, un contadino suppongo). La seconda è quella di ricevere un qualche cenno da parte di una donna (una signora non giovanissima mi dice che avrebbe girato poco piú avanti). Confortato dai risultati raggiunti ed esausto entro nel bar-alimentari, dove mangio due panini col formaggio e bevo una birra. Quando sono le 13, rifocillato ma un po' depresso per l'impossiblità di salire su qualche veicolo, sto camminando già da qualche chilometro. Ogni tanto mi fermo e alzo il pollice. Passano auto cariche di famiglie e bagagli, ma anche parecchie motorette rumorosissime. Chiedo scherzosamente un passaggio anche ad alcuni ciclisti che si mettono a ridere. La strada sale e si riempie di curve, e si entra in una zona boscosa. Le auto vanno piano, ma la visibilità diminuisce, per cui cerco di trovare un posto ben visibile in cui fermarmi, anche perch‚ sono piuttosto stanco. Ho percorso a piedi sei chilometri quando mi fermo. Sono oppresso dal caldo, ma ancora di piú dalla visione di una foresta spettrale. Infatti il fuoco ha divorato una grossissima parte di questa estesa zona verde. Il terreno È nero e gli alberi si innalzano bruciacchiati, come macabri attaccapanni. Uno dei miei esercizi di autocontrollo preferiti in queste circostanze È il riuscire a non mandare qualche invettiva a chi non si ferma e magari anche a chi mi fa qualche brutto gesto. Non sempre mi riesce. Quando un'automobile con targa belga torna indietro e fa manovra penso che abbia sbagliato strada. Poi mi fanno qualche cenno: "Adesso vorranno pure qualche informazione, ma mi lascino in pace", penso. Infine mi abbagliano e capisco finalmente che mi vogliono dare un passaggio. Mi sembrava inverosimile. Faccio la conoscenza di Alex ed Anne, da Bruxelles. Vanno a Guarda che dista da qui centotrentadue chilometri. E dire che mi sentivo quasi arrivato. Parlano inglese, per cui intraprendiamo una fitta e lunga conversazione. Stanno tornando in Belgio dalle vacanze. Passeranno anche per Salamanca. Arrivati a Guarda mi concedo il lusso di acquistare un paio di souvenir. Alla fine ci sediamo al bar, mettiamo insieme gli ultimi soldi e li finiamo a forza di cornetti salati, paste e coca-cola. Ci fermiamo un paio d'ore in tutto. Vediamo anche la cattedrale gotica, piccola, caratterizzata da grosse nervature e dal granito molto scuro, plumbeo, invero bruttarello, con cui È costruita. Ripartiamo alle 17. La guida di Alex È abbastanza sostenuta. È un ragazzo simpatico, ma crede di saper guidare bene: ancora in Portogallo si impegna in un serio tentativo di urto frontale, fortunatamente non andato a segno; in Spagna invece sorpassa in curva una colonna di auto (superstrada a due corsie). Inoltre quattro anni fa, su questa stessa strada, Alex ha avuto un incidente piuttosto grave mentre viaggiava con la sua famiglia (era alla guida la madre). Trascorse tre giorni in ospedale. La cosa mi rende un po’ inquieto. Dice che una volta con un suo amico ci ha messo diciotto ore per arrivare da Bruxelles in Portogallo. Attraversiamo una grande varietà di paesaggi. Prima le pietre giganti della Sierra de Estrela, poi il paesaggio piatto e riarso, la sterpaglia giallognola e la terra rossa di Spagna, che il giorno dopo avrei conosciuto da molto vicino, rotta di tanto in tanto dal cemento bigio di qualche casa o da qualche olivo potato in maniera singolare. Alle 18.45 sono ben lieto di arrivare a Salamanca (qui però sono le 19.45, per via del fuso orario). Con i ragazzi ho stretto amicizia, nonostante il modo preoccupante di guidare di Alex, a cui alla fine faccio qualche raccomandazione: "Vai tranquillo, non avere fretta, tanto domani è Ferragosto, le strade saranno vuote". Giriamo insieme per la città, all'ora in cui la luce è piú adatta per ammirare gli splendidi portali della Cattedrale e dell'Università. Offro loro una bottiglia d'acqua minerale (carissima) e un caffé al bar, dato che non hanno appresso moneta spagnola. Il caldo color ocra della pietra impiegata per le chiese e le case le fa rassomigliare ad oggetti di terracotta. Poi, da solo, continuo a girare per Salamanca giungo ad una fondamentale conclusione, che forse influenzerà tutta la mia vita: le spagnole sono le pi— belle donne del mondo. Inoltre non sembrano avere quelle arie da divette che in Italia quasi sempre accompagnano le ragazze che sanno di essere belle. È un teorema provvisorio, ha bisogno di conferme. Intanto mangio e bevo (un panino al formaggio, uno spiedino vegetale, due birre ed una gloriosa cioccolata in tazza alla spagnola). Nella Plaza Mayor c'é un gran fermento: uno dei soliti gruppi sudamericani, presumibilmente colombiano, sta suonando in posizione insolita, sedendo al tavolino di un bar, circondato da avventori e da gente in piedi che batte le mani. Poi c’è un gruppo di goliardi che suona canzonette storpiate. E al centro della piazza si balla il charro, una danza in sei ottavi, arabeggiante, suonato da un solo esecutore che con la mano sinistra suona un tamburo che tiene a tracolla e con l'altra intona melodie sinuose su un flauto a becco. A ballare non sono professionisti, ma gente comune, giovani e adulti di diverse età. Gli uomini che ballano suonano le nacchere, quelli che non le hanno simulano il movimento, come se anch'esso fosse essenziale in questa danza. La prima musicista, un tipo minuto, mi sembrava una di quelle americane con tre matrimoni alle spalle: non si stancava mai. Per fortuna però era una salamantina. Tutti ballano allegramente con il passo elastico. Subentrano altri musicisti. Un tizio mi squadra in lungo e in largo come se fossi il fratello dello Yeti, dopo avermi fissato negli occhi con qualche nota di disprezzo. Ho l'aria di un vagabondo esquimese sceso in Spagna dopo un salto sulla luna, che tiene nello zaino strani e pericolosi meccanismi. E vedo altre stupende ragazze. Cammino per le strade. Vi È un grande movimento notturno, locali, discoteche, in quantità tale che dopo cento metri ne ho già abbastanza. L'importante È esagerare, disse qualcuno. Per ritraersi annoiati. Sembra Rimini, ma qui paiono un po' meno rimbambiti dai pregiudizi rispetto all'Italia. Mi trovo davanti alla Cattedrale, nella Plaza de Anaya. Sono le 1.12 del 15/8/1992. Il viavai di gente non sembra essere intenzionato a cessare. Inoltre in questa zona scorgo un paio di drogati, oltre ad un barbone che dorme placidamente ma ad un certo punto si alza, come se fosse arrabbiato, e se ne va. Domani, anzi oggi è Ferragosto, spero di trovare negozi aperti e un passaggio. Giro ancora in cerca di un posto tranquillo per dormire. Scorgo un tizio sotto eroina che si piega ritmicamente su se stesso davanti ad un portone. Alle 3 mi metto a dormire sotto il bel portale romanico della chiesa di San Martín (XII secolo), incurante del traffico di persone che prosegue incessantemente. Alle 8.30 mi sveglia un giovane fioraio dicendomi gentilmente che la chiesa sta per aprire. Lo ringrazio. Non appena ho finito di avvolgere il sacco la porta della chiesa si apre e dico buongiorno al sacrestano. Poi, apro la guida ed entro, come se fossi appena arrivato lí in elicottero, atterrando nella Plaza Mayor, proveniente dal Giappone. Ma non credo di avere un aspetto proprio impeccabile. L'interno della mia camicia rossa È bordato di grasso: faccio ampiamente schifo anche a me stesso. Ho bisogno di una doccia completa, non soltanto delle sciacquate parziali alle fontanelle, di lavare la camicia. San Martin ha l'aspetto curiosamente irregolare di certi oggetti fatti a mano, il che me la rende piacevole, come se fosse l'opera d'apprendistato di un intero cantiere medioevale. Visito altre chiese minori, il convento dominicano di Sant Estepan ed infine, saltando i musei, entro nella Cattedrale. È in corso una messa. C'È pochissima gente. Il prete, sarà anche un ottima persona, è stonatissimo, nonostante l'ausilio dell'organo. Meglio apprezzare le linee, i volumi, i colori di questo luogo. Non entro nella cattedrale vecchia perché‚ si paga 200 pesetas, pur essendo un luogo di culto. Dice il bigliettaio: "È per il mantenimento". Ma devo pensare prima di tutto al mio di mantenimento. Infatti esco e mi mangio due paste. Sono le 11.30 quando mi avvio fuori città come sempre a piedi e con il mio piccolo bagaglio in spalla. Vorrei lavorare viaggiando, ma non facendo il commesso viaggiatore: mi vengono in mente quegli uomini che in tempi antichi andavano a fare pellegrinaggi a nome di cavalieri e signorotti, ricevendone in cambio un compenso. Dopo un po' di attesa, nei pressi di un semaforo, mi carica Augustin, venditore di formaggi, che se ne sta andando in montagna. Voglio passare per Alba de Tormes dove visse e morí Santa Teresa d'Avila. Segue una delle pi— lunghe attese di tutto il viaggio. Passandomi davanti anche persone che mi fanno gesti non proprio amichevoli e cominciando ad innervosirmi partorii, alle ore 13.56 del 15/8/1992, uno degli assiomi pi— brillanti dell'intero viaggio: Quando si incontra uno stronzo non bisogna scivolarci sopra, ma stare attenti a non pestarlo. Dopo questa notevole acquisizione scientifica seguitai a fare l'autostop, con il proposito di raggiungere, prima o poi, Toledo. Alle 14 comincio a camminare voltandomi e sporgendo il braccio al passare di qualche automezzo. Passano per lo piú famiglie di quattro o cinque membri, pi— eventuale animale domestico e bagagli, in corsa probabilmente verso una tavola parentale imbandita per bene. Il traffico diviene sempre pi— rado. Intanto raggiungo l'estrema periferia del paese e me lo lascio alle spalle. Attraverso uno di quei classici luoghi fetidi dove si caca, si piscia, si scopa e ci si buca, oltre a gettarci vecchi cessi, elettrodomestici, vecchie auto, quintali di calcinacci. Nella mia direzione la strada È percorsa soltanto da pochissime e velocissime auto. Cammino. Ad un certo punto mi metto ad ascoltare i rumori. Sento quello dei miei passi sull'asfalto e sui sassolini. Mi fermo. Silenzio assoluto. Mancano persino i suoni dell'aria. E mi trovo disperso in un luogo che non è niente ed è tutto, da solo. Il luogo dove non ho nome e non ho età, dove non ho parole da dire né da ascoltare. Dove il silenzio regna e si lascia abbracciare. Intorno alla strada dove cammino ci sono solo campi giallastri, secchi. Ed È quiete assoluta. Getto lo shampoo, il costume da bagno ormai bucato. E ancora cammino. Ho gli occhiale da sole e in testa lo strofinaccio da cucina che adopero come asciugamano. Appena sento il rumore di un auto che si avvicina mi tolgo entrambi, o almeno gli occhiali, e stendo il dito. Nessuno caricherebbe il feroce predone Zumbú alla ricerca dei suoi due degni compari in questo deserto che è la Mancha, giorno di Ferragosto, il pi— vuoto dell'anno. L'autostoppista, è vero, deve stimolare la curiosità dell'automobilista, ma fino a un certo punto. È tutto cosí troppo donchisciottesco per non vedersi profilare all'orizzonte due sagome cosí ineguali, il cavaliere e il suo fedele scudiero, focalizzate dopo essersi voltato per un presentimento. Agli occhi di questo infimo camminatore che ha una sete tremenda. Alla fine il miracolo: due ragazzi mi caricano e mi portano sulla superstrada, nei pressi di Pe¤aranda de Bracamonte, a cinquanta chilometri da Avila, al suono di un gruppo indipendente basco. Ho cercato, strada facendo, di immaginare cosa sarebbe stato di me se avessi proseguito a piedi. Traggo delle pessime conclusioni date le distanze ed il caldo, di poco mitigate dalla vaga idea di fermarmi a dormire "da qualche parte". Non certo con l'amaca, visto che qui alberi non ce ne sono. La passeggiata mi rimane dentro come un distillato purissimo e intenso di Spagna. Anche sotto il caldo ho modo di giungere ad un'altra conclusione: che con l'autostop si imparano ad apprezzare i pregi del traffico, in città a noi ignoti ed oggi, giorno deserto, da me agognati. Ancora attesa. A fermarsi alla fine è Jose Antonio. Avevo intenzione di andare a Segovia, tanto per fare una fermata prima di Barcellona, ma lui che vive a Talavera de la Reina, a ottanta chilometri da Toledo, mi consiglia invece proprio quest'ultima. E menomale. L'auto di Jos‚ Antonio ha persino l'aria condizionata. Egli, proprietario di terre e venditore di macchine agricole, benestante, È andato a Salamanca a cercare la ragazza, laureata in Lettere e somigliante a Bo Derek, che gli ha detto che se non si sposa con lei non lo vuole pi— vedere. Ora lui è deciso ad ammogliarsi, anche per mettere un po' d'ordine nella sua vita da irriducibile gaudente e nottambulo. La migliore amica di lei, che vive a Salamanca, dove anche Bo ha studiato, gli ha detto che la promessa sposa si trova in un paesino vicino Talavera. Jos‚ Antonio dice che mi accompagnerebbe pure fino a Toledo, se non avesse questa importante missione da compiere. Gli dico: "Prima le donne". Entrando in città mi mostra i numerosi bordelli che hanno l'aria di motel o ristoranti, Dice che lui non ci va, ma che qui la gente beve e va a puttane. Il giovane, che dimostra piú dei suoi ventiquattro anni verrà in Italia per il viaggio di nozze, a novembre. Gli lascio l'indirizzo. Mi porta alla periferia di Talavera, dopo la seconda birra. José Antonio va a riposare (infatti la notte scorsa non ha dormito per andare in discoteca), prima di andare a cercare la promessa sposa. Alle 19.40 Lorenzo e Carlos, due fratelli camionisti, mi danno un passaggio su una camionetta. Lorenzo È stato pi— volte in Italia per lavoro, e dice qualche parola in italiano. Stanno andando a prendere la moto di Lorenzo, che ieri sera ha bucato sull'autostrada. Chiedono se li accompagno per aiutarli. Arriviamo nei pressi di un piccolo ristorante, nei pressi del castello di Maqueda: sotto un grosso pezzo di moquette c'è una BMW nera. Seguono svariate manovre per caricarla. Intanto si fa tardi. Si prendono una birra. Soltanto alle 21 mi lasciano allo svincolo poco lontano, a quaranta chilometri da Toledo. C'È pochissimo tempo, prima che faccia buio. Ma nessuno si ferma. Sono anche poco motivato perché arrivare in città a quest'ora mi comporterebbe vari problemi. Vado verso un bar, mi bevo due coca-cole, non compro un panino, perché lo fanno pagare 375 pesetas e attraverso la superstrada. Mi vado a mettere su uno spezzone di strada in via di smantellamento, a causa della costruzione di un nuovo svincolo (ne avevamo apprezzato poc'anzi con due fratelli la notevole illogicità). Poi con il sorgere della luna mi sposto verso il guard-rail, per non essere visto, visto che sono vicino ad un motel. Mi adagio sull'asfalto ruvido e ancora caldo del sole. Avevo fatto anche un tentativo per appendere l'amaca da qualche parte, ma c'erano solo due pali troppo bassi e troppo vicini. (Autostrada, dintorni di Maqueda, 16/8/1992). Alle 8 comincio a camminare sulla strada. Alle 8.30 mi carica un ragazzo che va a fare un esibizione di paracadutismo dopo una notte di bagordi in un paese vicino. Alle 8.45 sono a trenta chilometri da Toledo. In una stazione di servizio mi lavo e bevo copiosamente. Poi mi apposto. Si ferma una vecchia Volvo. Salgo. All'inizio non mi ero accorto di niente, ma il conducente, che si chiama Rafael, è semiparalizzato. Egli guida infatti con la mano sinistra tenendo un pomello fissato al volante. Inoltre l'auto ha il cambio automatico. È inutile fare finta di niente: chiedo qualcosa sulla sua malattia. Rafael esercitava la professione di architetto. Fumava molto. Una sera, mentre vedeva un film con un'amica, È colto da un attacco cardiaco. Rimane paralizzato per tre anni. Da tre mesi guida nuovamente la macchina. Rafael sta tornando nella sua città, Valencia, dal suo primo viaggio, che ha compiuto interamente da solo. Ha visitato Santiago de Compostela ed è arrivato sino a Badajoz, dove si trovava stamattina. Dorme quasi sempre in macchina con il sacco a pelo. Per l'anno prossimo ha deciso di fare il Camino de Santiago, che dalla frontiera francese arriva nella città di Giacomo. Adesso Rafael va a Toledo. Egli riesce a camminare, tirandosi dietro la gamba paralizzata, e va sempre migliorando. Qualche tempo fa non riusciva nemmeno a parlare, ora prenderà anche lezioni di scrittura. Visitiamo la città insieme. Alle 12.45, dopo aver mangiato (mi accorgo di non avere piú una peseta), partiamo per Valencia. Mi rendo disponibile a guidare. Rafael vuole vedere se riesce a fare tutto da solo. Ma ad un certo punto qualcosa gli va nell'occhio. Mi lascia il volante, un po' malvolentieri, assicurandosi del fatto che io sappia guidare. C'è un piccolo particolare: i pedali del freno e dell'accelleratore sono invertiti rispetto alle automobili normali. Nei 150 chilometri che ci separano da Valencia lotto con nove anni di abitudine a schiacciare il freno con il piede destro. Adopero soltanto il piede sinistro per non confondermi. Arriviamo fino a Valencia senza inconvenienti alle 19. Ad un semaforo però mi avvicino troppo ad una macchina, la tocco lievemente e la spingo avanti per un paio di metri. Scende un signore infuriato, mi scuso come posso. Rafael È un po' scosso. Mi scuso anche con lui. Ci scambiamo gli indirizzi. Mi ripete che se voglio andare a dormire da lui non ci sono problemi. Vorrei cercare di avanzare ancora questa sera, ma dato che la sua casa non È lontana dall'imbocco dell'autostrada, se non otterrò un passaggio andrò a suonare alla sua porta. Quel che mi È rimasto pi— impresso di lui è stato il modo in cui mi ha detto "Adesso mi interessa solo vivere", quando gli chiedevo del suo lavoro, se poteva riprenderlo. Mangio un mars e bevo una cioccolata. Mi rimangono soltanto 50 pesetas. Sull'autostrada faccio l'autostop con accanimento spostandomi in vari posti, ma senza risultato. Alle 21 ancora sono lí. Decido di andare a casa di Rafael e mi avvio verso la rampa, sempre stendendo il braccio però. Si ferma uno con la faccia da contadino. Incredibile. Si chiama Francisco, che scopro ben presto essere la classica checca. Infatti allunga la mano sulla mia gamba. Gliela tolgo ma continuo a parlare con lui per guadagnare kilometri. Non ha moglie non ha un uomo fisso, ma dice che non va con gli uomini, gli piace solo toccare le gambe ed aveva visto quel bel ragazzo, e pensava che si facesse toccare un po'. Egli va a un paese poco lontano. Avevo indicato come mia destinazione Sagunto. Francisco dice che mi ci porterà se gli faccio toccare la gamba. Gli dico che la cosa non mi piace, che conosco svariati gay, che li rispetto, ma se a me non piace non piace. Mi dice: "Fammi toccare la gamba, Sagunto È lontana dieci chilometri". Comincio allora a parlare del valore imperituro dell'amicizia, anche tra due persone che non si conoscono, che ho rispetto dell'opinione altrui anche se non farei lo stesso, etc. Cerco di convincerlo a portarmi a Sagunto senza toccarmi la gamba, ma il contadino non si convince, e alla fine lui svolta per il suo fottuto paese e io mi butto in un aranceto in parte all'autostrada, a soffocare di caldo umido e a subire le punture di innumerevoli zanzare. Domani scoprirò di essere a sei chilometri da Sagunto, ma ora mi sento lontano da tutto. E con una sete bestiale. Alla fine mi spremo in bocca alcuni aranci acerbi, che mi sembrano magnifici. Tocco il minimo storico dell'intero viaggio. Fa un caldo infernale, non si respira. In piú qui c'è un'aria che non mi piace, sembra di abitare una zona maledetta. Cammino sul bordo dell'autostrada e scopro il ristorante "4 hermanas". Mi avvicino. Il cancelletto È chiuso, lo scavalco per affacciarmi alla porta a vetri che ha davanti un'inferriata semichiusa. Dentro la luce è accesa. Un campanello penzola in alto a destra. Ho il vago presentimento che si tratti di un bordello, come quelli che mi ha indicato Jos‚ Antonio arrivando a Talavera. Passo la notte nell'aranceto, mezzo soffocato dall'umidità, maledicendo la checca e morendo di sete. Attacco l'amaca appena fa buio. Ad un certo punto comincia a tuonare. Soffoco di caldo anche perché la presenza di zanzare mi costringe a coprirmi con il sacco a pelo. Comincia a tuonare. Smonto l'amaca e mi preparo a correre ai ripari (anche se non ce ne sono molti). Invece non succede niente: allora svolgo il sacco e mi ci sdraio sopra. Prendo sonno alle tre, molto inquietamente, quando ha già rinfrescato e mi posso mettere dentro, sovrasaturo di punture di zanzara. (Autostrada, dintorni di Valencia, 17/8/1992). Alle 7.00 mi sveglio. Cammino verso Sagunto sull'autostrada. Nessuno mi carica. Forse sbaglio la posizione, ma nemmeno agli svincoli si fermano. Mi faccio sette chilometri a piedi. Prima mi sono tolto la curiosità di affacciarmi al "ristorante" "4 hermanas". Era aperto stavolta. Dietro al bancone del bar stava una signorina abbronzatissima e truccatissima con una canottiera gialla. Un look un po' particolare per una barisrta dell'autostrada alle 7.30 del mattino! Le chiedo se posso usare il bagno. Dice di sí, gentilmente. Mi lavo i denti, la faccia il petto, caco, piscio, bevo. Esco ringraziandola e sorprendendola forse un poco, visto che non prendo niente. Scorgo la sala adibita a ristorante: sulla porta c'è scritto "cerrado" e le sedie sono rivoltate sui tavolini, come se fosse chiusa da molto tempo. Continuo a camminare, contino a fare l'autostop, ma nessuno si ferma. Arrivo a Sagunto, dove scorgo una coppia di autostoppisti nella direzione opposta. Nemmeno loro sono molto fortunati. Compro un filone di pane: mi restano 10 pesetas in tasca. Cambio un po' di soldi e mangio a sazietà. Sono piuttosto esaurito: mi decido a prendere il treno, continuare cosí sarebbe un gesto da autolesionisti. Faccio un biglietto fino a Castellon, e poi da lí uno fino a Tarragona. Castellon non lascia in me grandi ricordi. Sul treno per Tarragona incontro alcuni napoletani e Lorenzo, Michele e Marco, da Padova. Intanto una spagnola ruba tre musicassette ad un bergamasco: quando egli le chiede di restituirgliele ella gli spacca la maglietta e lo prende a pugni in faccia dicendogli "cane" ed altre amenità, perché lui non doveva sospettarla di furto. Trambusto. Poi ella butta dal finestrino le cassette. Alla fine proseguo fino a Barcellona, anche se non ho il biglietto (compio anche un discesa-risalita ad una fermata per evitare il controllore), assieme ai padovani; i napoletani invece vanno in Italia direttamente. Ci mettiamo a dormire in una piazza di Barcellona. La città È ora completamente deserta, essendo finite le Olimpiadi. Una eroinomane italiana ci rompe le palle (provando anche a chiederci dove andremo a dormire) anche perché qualcuno dei ragazzi la sta ancora a sentire. (Barcellona, 18/8/1992). Parto nel pomeriggio. Alle 22 arrivo a Cerbère, prima località francese dopo il confine. Nei bagni della stazione di Port Bou mi ero concesso un mitico shampoo con asciugata elettrica. Ho girato per la stazione ferroviaria per un'ora, indeciso se provare ad imboscarmi sul treno per Roma. Adesso vago nella notte. È la prova del buio. Entro all'Inferno, o forse È soltanto la sua uscita: ha grossi tunnel che ricordano le fogne e le guerre. L'acqua gocciola dal soffitto risuonando. Incontro qualcuno che porta il cane a cacare. Invece io incontro un gatto, lo chiamo Cerbero, poi lo ribattezzo Gatto: è piccolo, nero e mi segue da presso. Ogni tanto si butta in terra rotolando e facendo le fusa. Ci facciamo compagnia. Poi Gatto si infila sotto i tavolini di un bar affollato e vado a dormire su una panchina del porticciolo.

    Di passaggio in Francia

    (Cerbère, 19/8/1992). Il mattino è bianco e freddo. Pioviggina. Non ho pi— pantaloni lunghi ed ora ce ne sarebbe bisogno. Cammino sulla strada uscendo dal paese. Qualcuno mi dà brevi passaggi. Il primo è Olivier che affronta i tornanti di questa strada di scogliera con speditezza meritoria di un cronometraggio. Poi è la volta di Pierre e Mirelle, poi quella di Fabrice che mi porta a Perpignan. In periferia incontro dei bambini rapati a zero e vestiti malissimo, che fanno circolo intorno a me in certi giardinetti. Sono spagnoli. Parliamo un po'. Cammino a lungo fino a raggiungere la strada a quattro corsie. Incontro ad uno svincolo un tedesco con i capelli rapati, tipo skinhead. Ha un bagaglio molto piccolo, quasi quanto il mio. "Skin" non mangia da svariati giorni, non ha una lira, ha una certa predilezione per l'hashish e sfoggia ottimisticamente un cartello con la scritta "Köln". Attendo a lungo un passaggio. Nel pomeriggio, finalmente, Valerie e Marie France da Perpignan mi portano al casello autostradale, che è il luogo piú adatto in Francia per fare l'autostop. Il casello non è male. Mi ci fermerei volentieri, ma continuo tuttavia a chiedere un passaggio con svogliatezza. Questo atteggiamento, come a Valencia, mi attira un frocio. Assomiglia ad Elton John ed è di una sottospecie diversa rispetto a quell'altro, piú diplomatico e intelligente. Un suo amico ha la casa libera in fianco alla sua. Ma guarda un po’. Potrei fermarmi a dormire lí. Dico che voglio procedere il piú possibile, perché ho fretta di tornare in Italia. Afferma di essere sposato, di avere un figlio da una donna spagnola che è ancora a Barcellona, di aver fatto a lungo l'autostop in Europa ed in Africa, che per questo mi offre un posto per dormire. Racconta troppi particolari per dire il vero. E le sue intenzioni trapelano abbondantemente dagli occhi. Elton John guida veloce e mi lascia al casello di Bezier quando è già buio da un po'. Provo a fare l'autostop per arrivare magari a Narbonne, ma lascio perdere quasi subito. Il casello autostradale di Bezier è un paradiso autostoppistico: c'è un bel prato, un bagno molto pulito, una saletta con carta stradale della Francia, telefono, una comoda poltroncina e soprattutto il personale è molto gentile. Alle 21.55 mi sdraio sul prato: è la mia diciannovesima notte all'aperto. La mattina successiva una giovane signora di bell'aspetto sarà cosí gentile da fornirmi addirittura di un pezzo di cartone dove scrivo la mia destinazione: Montpellier. Le quotazioni della Francia subiscono un'impennata clamorosa. (Autostrada, casello di Bezier, 20/8/1992). Gerard, un simpatico bretone sposato ad una còrsa, mi porta il mattino presto fino al casello di Montpellier. Scrivo sul retro del cartone "Nîmes" e mi dispongo. Scorgo un auto targata Milano. Chiedo un passaggio a voce. Mi caricano. A guidare è Francesco, che lavora a Canale 5. Al suo fianco c'è Marco, architetto, che fuma un toscano dietro l'altro. Si arriva ad Arles: segue megacolazione. Accompagnamo Marco alla sua "2 cavalli" adibita a quasi-camper (vi dorme dentro con i piedi fuori dal portabagagli) e partiamo. Francesco mi porta fino al casello di Varazze, dopo una lunga chiacchierata.

    Epilogo

    SETTIMO PARAGRAFO Epilogo Al casello di Varazze la seconda macchina che passa mi carica. A guidarla è Massimo, un giovane avvocato apparentemente un po' burbero, ma evidentemente aperto a dare passaggi agli autostoppisti. Il contrasto me lo rende simpatico. Egli percorre questo tratto d'autostrada fino a Genova almeno quattro volte al giorno. Procede speditamente, nonostante le curve. L'avvocato non sopporta i cattivi guidatori, specialmente per la loro pericolosità. Ne incontriamo almeno un paio e lui dà in escandescenze. Imbocchiamo la rampa d'uscita per Genova e direttamente, quasi magicamente, arriviamo in città, in un parcheggio semivuoto, nei pressi dell'ufficio dove Massimo lavora. Mi muovo a caso nel tentativo di leggere questo primo pezzo d'Italia, inconsapevolmente in cerca di una nota caratteristica, o addirittura -come se l'intero viaggio fosse stato una lunga, articolata domanda- in cerca di una risposta. Intravedo un palazzo liberty, procedo quasi casualmente verso una salita. A dieci metri dal luogo dove mi trovo si trova la chiesa di Santo Stefano, risalente all'XI secolo. Salgo le scale che conducono davanti allo spiazzo antistante e mi avvicino alla facciata, piena di epigrafi, perlopiú frammentate, corrose dagli agenti atmosferici, ma con un richiamo piú forte delle parole intere. Esamino la parte destra in basso: ...IND... ...CAPITANEUS TR... PISANORUM MAR... MUNITATIBUS AL...HONSI REG...TUGALIA...LUS NOBILIS VIR TRIREMIUM OCTUA...TA REGUM... ATE ET MAROCC... MAGNAM DE SARACENIS VIC...M DEO OPTI... Sono parole che il tempo ha frantumato, fino a renderle inintellegibili. Ma da quei brandelli di viaggi e di guerre, da quelle sillabe sulla roccia grigia dai riflessi azzurri, mi sibila addosso il vento del mare. Ed il corso del tempo che tutto sommerge sembra retrocedere. Oppure i personaggi di un'antica commedia sono tornati a replicare; per un attimo. Non mi interessa andare a leggere la storia, a riscontrare i fatti narrati dalla pietra. C’è pochissimo spazio per eroiche esplorazioni oggi, ma ve n'è ancora molto per la guerra. Perché il dolore di una guerra non sarà mai cantato propriamente, se non quando non ci saranno piú guerre... Mi sembra di captare il flusso di un tempo che cambia cosí lentamente, a tal punto da sembrare statico, cosí come un'orizzonte sgombro di rilievi appare piatto. Poi un cappuccino quasi rituale in un bar deserto. Uscendo, per un attimo mi sembra di non avere alcun peso addosso, ma questa sensazione rapidamente svanisce. Con passo ritmato e poco leggero cammino per Via XX Settembre. Per un attimo sono tentato di comprare un quotidiano. Ma mi sovviene la nausea delle ultime letture prima di partire. Desisto. Percorro le gallerie Bixio e Garibaldi come un automa, a causa della stanchezza che non è superficiale: se mi sedessi un'ora su una panchina non riposerei. Il pensiero mi si congela in ipotetiche conclusioni, ma le scarto tutte: è roba fasulla. "Si chiude un ciclo, se ne aprirà un altro chissà dove, chissà come". "Il mio viaggio finisce a Genova, il resto è routine"... Sul treno un nuovo incontro, la sosta a Pisa, perché non voglio arrivare a Roma cosí brutalmente, mi ci vuole un passaggio intermedio: grande passeggiata e sorsate d’acqua dalle fontane... E Roma Ostiense alle 4 del mattino e un treno locale fino a Tiburtina e alla fine un autobus vuoto. Fino a casa. E la vasca da bagno nera dei panni in ammollo come una palude urbana, come un bacino di fottutissimo petrolio.

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